“La corrispondenza” di Giuseppe Tornatore: vita con il fantasma

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Chi abbia amato La migliore offerta di Tornatore, rimarrà forse vagamente insoddisfatto del suo nuovo lavoro La corrispondenza, uscito in questi giorni. Fra le due pellicole ci sono delle innegabili somiglianze, nello stile e, soprattutto, nel particolare gusto estetico proprio del regista. Ma, per quanto la trama sia affascinante e, se vogliamo, anche molto attuale – di relazioni esistenti solo in ambito ‘virtuale’ si è sentito parlare a iosa, da alcuni anni a questa parte – La corrispondenza è, a mio avviso, un film riuscito soltanto a metà. L’amore, la complessità del rapporto uomo/donna, restano comunque al centro dell’‘indagine’ di Tornatore, che qui ostenta una vena romantica consistente, forse anche un po’ insolita; la connotazione tragica della vicenda la colloca più che altro nelle vicinanze del ‘melodramma: la sceneggiatura contiene però qualche ‘falla’ che finisce con l’allentare la tensione sminuendone la forza patetica.

Come già visto altrove in Tornatore, il nucleo della storia è ‘costellato’ di elementi più caratteristici del thriller: non vi sarebbe alcun motivo per cui il professor Phoerum che, fin dalle primissime scene, si presenta come un uomo profondamente innamorato della sua ex-allieva, la bellissima Amy, debba scomparire dalla sua esistenza così di colpo. I due sono avvezzi al loro tran tran fatto di messaggini sullo smartphone, video e telefonate su Skype, intervallati da sporadici incontri e riescono a vivere questa relazione ‘clandestina’ con tutta la pienezza loro concessa dalla situazione contingente. Anche quando si chiarisce la tristissima ragione dell’assenza di lui, sorge il dubbio, almeno inizialmente, che si tratti di una ‘manovra’ o che, comunque, dietro a tale realtà vi sia dell’altro. Lentamente, poi, si comprende che questo amante affettuoso ed instancabile, allorché apprende di non poter più essere presente con l’abituale costanza nella vita dell’amata, cerca un sistema per poterle garantire assistenza e compagnia, perfino quando il contatto fisico tra loro dovrà mancare. Da bravo professore di astrofisica egli sembra voler allineare la propria esistenza a quella di una stella che l’occhio umano può scorgere a lungo anche quando è ormai morta: questo parallelismo con il corso degli astri è di sicuro una delle idee più affascinanti alla base del film. Prima di afferrare il complesso meccanismo che il professore, con l’aiuto della moderna tecnologia, ha inventato per lei, la donna attraversa una fase di incertezza angosciosa: l’amore oltre la morte pare un concetto da romanzetto rosa ma, in fondo, un paio di anni fa già l’americano Spike Jonze, con il suo Her,  aveva dimostrato che un rapporto sentimentale virtuale in fondo è possibile e se la scienza non è ancora in grado di far rivivere una persona che non c’è più può tuttavia fornire gli strumenti per crearne artificialmente la vicinanza. Si può ben capire quanto possa risultare complicato rendere nella sceneggiatura un’idea così ‘fantasiosa’.

La corrispondenza, comunque, non è solo trama. Grande, come si diceva, la capacità del regista di rappresentare bellezza ed incanto come sfondi – ma non tanto ‘in fondo’ – della storia d’amore fra Ed e Amy. Quest’ultima infatti, dopo la scomparsa di lui, si trova a  ripercorrere i luoghi del loro idillio e la fotografia ci regala immagini e colori di seduzione straordinaria: l’opaca luce inglese, la grigia luminosità di Edimburgo e, principalmente, la magia dell’isola di San Giulio nel lago d’Orta – qui Borgo Ventoso – tutto questo è parte integrante del film e ne alimenta l’atmosfera malinconica e struggente. Il mistero del paesaggio si sposa con l’enigma del cuore umano e con i meravigliosi segreti delle stelle; al centro delle ‘connessioni’ amore e dolore, come spesso accade indissolubilmente legati ed adeguatamente – seppur non straordinariamente – interpretati dalla coppia dei due protagonisti, un Jeremy Irons appena leggermente ‘legnoso’ nel suo ruolo di focoso innamorato in 2D e un’abbagliante Olga Kurylenko, che nel rischio convoglia il proprio tormento, solo un filo troppo piagnucolosa nella manifestazione costante di una sofferenza che computer ed Iphone non possono, in effetti eliminare e forse nemmeno attenuare. Entrambi riescono tuttavia a coinvolgere profondamente, contribuendo alla forza di un’opera che, sebbene non perfetta in ogni aspetto, ha le sue ragioni per piacere e anche qualcosa da insegnare.

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