Savages: Adore Life

0
Condividi:

Un altro gran disco per le Savages, un lavoro di cui andare orgogliose, dal momento che, dopo l’inattesa risonanza di Silence Yourself, tutti lo stavamo aspettando. Adore Life non è la fotocopia del precedente, ma è indiscutibilmente un album delle Savages: grinta ce n’è in quantità ma manca la costante aggressività che abbiamo conosciuto mentre le atmosfere appaiono talmente scure e dense che si potrebbero ‘affettare’; la produzione di Johnny Hostile sa valorizzare l’inconfondibile canto di Jehnny Beth, incisivo al massimo grado e l’implacabile ritmica, mentre il mixaggio del danese Anders Trentemøller – saltuariamente presente anche al synth! –  evidenzia la forza dei suoni che rimangono comunque lineari, com’è nel loro stile. I Joy Division stavolta restano un po’ più defilati e se qualche analogia si vuole tracciare, si può pensare a Nick Cave o alle ‘tirate’ rabbiose di Patti Smith… ma, al di là dei paragoni, le quattro ragazze sono semplicemente fantastiche. Adore Life è, come sempre, impegnativo anche in termini di testi, che affrontano tanti aspetti della vita, tra i quali l’amore e i sentimenti, o la volontà di cambiare: la frontwoman li declama o grida con la carica che l’ha sempre contraddistinta ma con un’intensità che ha ormai lasciato alle spalle gli slanci adolescenziali, conferendo loro una qualità ‘liberatoria’ molto particolare. “The Answer”, la prima traccia, esordisce con vigorose ‘raffiche’ di chitarra – ah, grande Gemma! – per convogliarci nell’abituale, inquieto universo delle Savages con la più ‘sfrontata’ delle canzoni d’amore. Subito dopo, “Evil” rappresenta il pezzo più orecchiabile del lotto: il basso fantasioso ma cupissimo è la colonna di un fascio di suoni in costante crescendo; poi, ancora basso e aguzze note di chitarra in “Sad Person” dove attraverso il canto impetuoso di Jehnny Beth aleggia, appunto, l’ombra di Patti Smith. Ma ora troviamo il primo dei piccoli ‘gioielli’ dell’album: in “Adore” la ritmica ‘tosta’ viene momentaneamente accantonata a favore di suoni struggenti dal sapore rock-blues e, fra gli occasionali ‘morsi’ della chitarra in un clima densamente emotivo, ecco un profluvio di sensazioni regalate dalla musica più semplice del mondo che pure sembra mai sentita… è la magia delle Savages. L’interlocutoria “Slowing Down the World” conserva l’andamento rallentato, mentre la bellissima “I Need Something New” si orienta verso un cupo ‘trotto’ e Jehnny Beth è da applausi con la varietà dei suoi toni, oscillando fra passione ed ironia. Quindi, “When In Love” guarda nuovamente al passato post-punk e “Surrender” sa poi reinterpretare quel passato con un riff davvero accattivante ma sulle capacità della chitarrista non vogliamo ripeterci; neanche le ultime due tracce deludono:  “T.I.W.Y.G” reintroduce la nera furia che animava tanti momenti di Silence Yourself – la ritmica è semplicemente pazzesca! – ricreando il legame con un punk mai dimenticato (‘This is what you get when you mess with love’!) e infine il dolore viscerale di “Mechanics”, ‘condito’ dalla pura bellezza della voce e dai tenebrosi ‘rombi’ della chitarra ci fa provare la pienezza totale e la gratitudine che soltanto la grande musica sa generare … Savages forever!

Condividi:

Lascia un commento

*