My Mannequin: As daylight deceives…

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Dicono che Trieste sia una città di vecchi. Eppure ferve un movimento di complessi che propongono sonorità attualissime, e lo fanno esibendo capacità che paiono innate. La comunità musicale triestina ha saputo proporre negli anni nomi pesanti non solo nelle sonorità proposte, spesso anticipando addirittura tendenze poi consolidatesi nella massa dei fruitori di musica alternativa, e solo citare alcuni come Steel Crown od Upset Noise dovrebbe far riflettere. E dovendo pure confrontarsi con la vicina Slovenia, terra di passaggio (Ljubljana dista un centinaio di chilometri appena) di autentiche star del firmamento metallico e non solo. Le sinfonie ridondanti di Rhapsody/Rhapsody of Fire, la Trieste rumorosa (cit. Marco Pecorari/Rumore) di The Secret, Grime ed Ooze, i nuovi alfieri del gothic-metal SinHeresy e SilentLie, il goth-rock pulsante dei Der Himmel Uber Berlin… Lasciare indietro qualcuno, e chiedo venia, è inevitabile. Poi ci sono i locali, chi si perita d’organizzare serate, insomma, scritta da un super-furlan come il sottoscritto, quest’ode potrebbe addirittura apparir ispirata da una (sana) invidia. Adesso mi giunge questo eppì frsco di pubblicazione dei My Mannequin, monicker assai intrigante che già funge da ottimo biglietto da visita. I cinque componenti il combo almeno si sforzano d’osare vie che non saranno poi totalmente ignote, ma permettono di compiere una deviazione interessante da quelle solite e stra-abusate. Elementi fondanti del loro sound sono chitarre che non rinunciano a piacevoli a-soli di stampo class-metal e delle tastiere che si lanciano in lunghe incursioni nel pomp-rock senza apparire leziose, il tutto innestato su d’un impianto solidamente goth. L’interpretazione di Gjorgji (ex-Der Himmel Uber Berlin) risente dell’influenza esercitata da Jyrki 69, ma il cantante dimostra padronanza della propria vocalità non limitandosi all’imitazione pedissequa, e se l’ombra dei prime-mover finnici si allunga benevola su tutti i cinque episodi che compongono il dischetto, è d’altronde palese che i My Mannequin sanno affrancarsi con scioltezza da quell’ingombrante lascito. “Winterheart” ne è esempio cristallino, una canzone graziata da immacolate tastiere che paiono calare dagli abissi celesti, da fraseggi di chitarra spigliati ed ariosi e da una sezione ritmica impeccabile. Un brano da FM radio, se ne esistessero ancora di emittenti che trasmettono questa musica (ma voi sapete che non è vero!), un po’ a-la Lovecrave, un granello di Saints of Ruin e dei (dispersi?) Even di “Think before speaking” ed i Crematory, in un angolo, a rosicare… Assai interessante anche l’apparato lirico (un concept ispirato dalla dualità manichino/modella ispirata dalla traduzione dall’inglese mannequin, poi allargato ed approfondito) che rende As daylight deceives… opera completa e coinvolgente.

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