“Room” di Lenny Abrahamson: il cielo in una stanza

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Dopo l’indimenticabile Frank, Lenny Abrahamson si ‘laurea’ come acuto esploratore della psiche umana con Room, di cui abbiamo ampiamente sentito parlare per l’attribuzione dell’Oscar 2016 all’attrice protagonista, la brava Brie Larson. In realtà, il film avrebbe forse meritato anche di più, per esempio per la sceneggiatura, per non dire della prestazione eccezionale del giovanissimo Jacob Tremblay, che ha interpretato l’altro personaggio importante; in ogni caso, non servono statuette per comprendere quanto particolare e significativa sia questa pellicola e quale turbamento sappia suscitare una storia che fa riferimento a fatti effettivamente accaduti o a eventi che magari si sono verificati altre volte, anche se non sempre sono assurti agli onori della cronaca. Di certo, Room non si limita a fornire un’ulteriore rappresentazione del rapporto madre-figlio, nonostante le due figure ne siano indiscutibilmente al centro: la singolarissima vicenda narrata tocca inevitabilmente molti temi.

Basato sul romanzo omonimo (in italiano Stanza, letto, armadio, specchio) della scrittrice irlandese Emma Donoghue, Room racconta una trama ‘ricalcata’ sul noto caso Fritzl, venuto alla luce in una cittadina austriaca nel 2008: in quell’anno Elisabeth Fritzl riuscì a sottrarsi all’aguzzino che l’aveva privata della libertà per ventiquattro lunghi anni e le sue sofferenze furono rese pubbliche, scandalizzando il mondo intero. A tali vicissitudini si era ispirata la Donoghue con il suo volume e, di conseguenza, anche Abrahamson con il film, al cui script, del resto, lei stessa ha collaborato direttamente. La protagonista di Room, Joy, trascorre in ‘cattività’ ben sette anni, alla mercé di un uomo che la trattiene per crudeltà e capriccio e che la ‘deruba’ di  una giovinezza serena che le apparteneva. Dell’insensata situazione il figlio Jack è il frutto innocente e straordinario: le circostanze in cui cresce sono talmente uniche da renderlo una persona diversa da ogni altra.

La prima parte della pellicola è dedicata alla descrizione della misera esistenza che questa mamma ha costruito per sé e per suo figlio in un minuscolo spazio ove si svolge tutta la loro vita. Se Jack, nei cinque anni dalla sua nascita, non ha mai visto nulla al di fuori di quelle quattro mura e degli oggetti che contengono, la mamma – Ma’! – sa che fuori di ‘stanza’ c’è tanto da vivere. Con l’inventiva che può derivare dall’infinito amore, Joy ha creato per Jack un mondo pieno di cose che, in quei pochissimi metri, ci stanno tutte! Gli ha insegnato a scandire le giornate con delle attività, ha giocato e studiato con lui cercando di alleviare la sua noia e ha tentato di dare un senso a quel tempo trascorso in gabbia, simultaneamente proteggendolo dalla minaccia di chi li ha defraudati della gioia dell’esperienza. Tutti gli sforzi profusi fanno sì che l’esistenza del piccolo Jack, tenuto conto delle condizioni, scorra in modo relativamente tranquillo, nonostante le visite di ‘Old Nick’ provochino occasionali crisi; ma la mamma conosce bene ciò che suo figlio sta perdendo ed è consapevole che la sua vivace intelligenza presto pretenderà qualcosa di più. Per questa ragione, deciderà di dare una svolta alla loro situazione.

La seconda parte di Room sposta dunque il perno della vicenda in un altro ‘spazio’ e le due tematiche che la dominano sono: Jack scopre il mondo fuori da ‘stanza’ e la sua mamma lotta per ri-adattarsi a questo stesso mondo. La narrazione devia fluidamente, poiché  i complicati processi di cui ora si parla sono stati, per così dire,  preparati da quanto avvenuto in precedenza e si sviluppano con tutta la delicatezza ed il dolore che possiamo aspettarci: sia la sceneggiatura che la regia qui non falliscono un colpo. Il clima da ‘thriller’ dell’inizio ‘trapassa’ senza traumi nel contesto di un dramma psicologico guidato da Abrahamson con la penetrazione e la forza che già conosciamo da Frank, per giungere poi  ad una conclusione che somiglia quasi ad un ‘happy end’, di cui, per altro, si sente il bisogno dopo tanta oppressione. E’ in quest’ultima fase che l’interpretazione del piccolo Jacob Tremblay propone momenti davvero brillanti: la graduale presa di contatto con l’esterno commuove ed intriga, così come la scoperta che quasi tutto ciò che era visibile in televisione esiste realmente e, da vicino, è anche più interessante; per sua madre, invece, l’acquisizione di coscienza significa principalmente sofferenza, tormento, rimpianto. Nulla al mondo potrà mai risarcire lei e la sua creatura per il danno subito e la serenità sembra un lontano miraggio, nonostante l’impegno dei suoi cari. Il regista ci lascia così, con le riflessioni che l’epilogo (in)felice non può non suscitare…

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