“La comune” di Thomas Vinterberg: meglio soli…

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Viene spontaneo chiedersi, dopo la visione del La Comune di Thomas Vinterberg, quale sia la forma di convivenza o struttura sociale che il regista riconosca come valida. Non la famiglia, se dobbiamo giudicare da Festen, o il villaggio di provincia de Il Sospetto e non la comunità in stile hippy, sembra dirci adesso con questo film. Eppure lo stesso Vinterberg parla volentieri dell’esperienza della ‘comune’ da lui vissuta personalmente per molti anni durante l’infanzia e l’adolescenza insieme ai genitori: in diverse occasioni il cineasta ha affermato infatti di considerare il periodo trascorso nella collettività come uno dei più felici della sua vita.

Il gruppetto al centro della pellicola di Vinterberg si crea gradualmente allorchè l’architetto Erik eredita una casa di famiglia di grandissime dimensioni, troppo costosa per il suo nucleo costituito soltanto, oltre che da lui, dalla moglie Anna, giornalista televisiva, e la figlia adolescente Freja. E’ proprio Anna, donna aperta e dinamica, a formulare la proposta di fondare una comunità di amici disponibile a convivere condividendo le spese: a questo scopo, la donna deve vincere le resistenze del marito, apparentemente poco incline a rinunciare alla privacy della propria famiglia. Anna è una figura brillante e vitale e, inoltre, desiderosa di sperimentare situazioni nuove: non le occorre troppo impegno per convincere i ‘recalcitranti’ e mettere in piedi una piccola ‘società’ aggiungendoci, piano piano, i personaggi, dopo un breve ‘interrogatorio’ finalizzato a ‘lumeggiare’ il loro carattere. L’esperienza è avviata generalmente con molto entusiasmo e ognuno sembra comportarsi come fosse parte di un progetto di capitale importanza: viene introdotto un regolamento, si istituiscono assemblee della casa prima di ogni decisione di rilievo e si cerca anche di garantire ai singoli l’attenzione di cui hanno bisogno, specialmente se hanno un problema. Dopo poco, tuttavia, si ha l’impressione che l’armonia del gruppo sia soltanto apparente e che, nelle ‘retrovie’ serpeggi qualche insoddisfazione. La crisi, però, non esplode finchè proprio Erik, che in sostanza è il proprietario dell’immobile, non concepisce un sentimento d’amore per una figura esterna alla comunità e, a causa di questa passione, si allontana dalla moglie Anna, riuscendo alla fine a far accettare agli altri anche la nuova partner. Fatti  da sempre ‘ordinari’ come il tradimento ed il conseguente abbandono mettono pesantemente in crisi la mentalità antiborghese che, teoricamente, è uno dei fondamenti della comune e fanno comprendere che il cambiamento o l’alternativa, soprattutto come sono stati elaborati negli anni ’70, di cui la pellicola vorrebbe essere lo specchio, possono dimostrarsi superficiali e fragili rispetto a prove cruciali come il dolore di un distacco o la fine di un rapporto d’amore. Di fronte alla sofferenza di Anna o a quella della ragazzina Freja, che prende coscienza in modo davvero brutale dell’infedeltà del padre, tanto da optare a sua volta per scelte sentimentali azzardate, il pubblico non può non considerare con scetticismo le esperienze intraprese dal gruppo con grande fervore, l’ostentato buonumore che in realtà cela malinconia o gli atteggiamenti pseudoprogressisti che non appaiono in grado di fornire risposte soddisfacenti  ad esigenze di primaria importanza come quella di amare ed essere amati, di costruire un progetto con un partner, di allevare figli sereni ed equilibrati. Grottesca risulta allora l’‘esternazione’ di Anna che a tavola e davanti a tutti, compagna del marito inclusa, confessa il desiderio sessuale ancora vivo, in lei, per quest’ultimo ed ammette di ascoltare i suoni da lui prodotti con la nuova ragazza quando sono a letto insieme, oppure – ancora un passaggio che fa riflettere – la ‘celebrazione’ collettiva del lutto per la morte del figlioletto di un’altra delle coppie presenti, un momento che verosimilmente gli interessati avrebbero voluto trascorrere in una situazione di totale intimità. I contesti, poi, nei quali prende corpo l’ansia di libertà e l’anelito verso forme di vita alternative alla banalità borghese – le ‘spinte’ che, presumibilmente, hanno generato le varie manifestazioni di protesta a partire dalla fine degli anni ’60 – sono velati da una vaga ironia seppur bonaria e, più che altro, suscitano il sorriso: si prenda, per esempio la scena in cui i personaggi inaugurano l’inizio del loro esperimento tuffandosi tutti insieme nudi in mare. Impossibile non pensare che l’utilità ed il rilievo per noi, oggi, di questo genere di esperienze, siano nel complesso limitati e ci si ritrova ad assistere alla vicenda qui descritta con lo spirito con cui si guarderebbe ad un episodio storico lontano centinaia di anni.

Alla fine, forse, dovremmo effettivamente considerare La Comune come l’attendibile rievocazione di un’epoca passata di cui oggi si conservano solo alcuni aspetti, lo stesso caso di film come Anni di piombo o anche il più recente Hannah Arendt di Margarethe von Trotta: entrambi bellissimi quanto ‘inattuali’, destinati ad essere relegati nel ‘limbo’ delle efficaci ricostruzioni storiche. Rispetto a questi, La Comune è caratterizzato da un clima di simpatia e calore, dovuti probabilmente al maggior coinvolgimento emotivo del regista, ma il suo valore resta fondamentalmente quello di un’interessante – e ben resa! – testimonianza.

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