Laibach, Trieste 22/04/2016

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Laibach a Trieste - Foto di Mircalla

Vedere i Laibach a Trieste, la più mitteleuropea delle città italiane, e per di più al Teatro Stabile Sloveno, è forse l’esperienza più vicina all’assistere ad un concerto del gruppo nella sua madre patria. In realtà, forse anche complice una data a Lubiana di lì a poco, l’evento non ha richiamato una gran folla, né si sono viste schiere di fan sloveni che hanno passato il confine per sostenere i propri beniamini. Il bellissimo teatro non era certo vuoto ma non c’era il sold-out che mi aspettavo. Il pubblico poi dava l’impressione di essere principalmente composto da vecchi fan, anche cronologicamente parlando.

Il clamore mediatico suscitato dai concerti nordcoreani sembra purtroppo non aver portato nuovi ascoltatori ai Laibach, il che è veramente un peccato. È difficile infatti trovare un gruppo così artisticamente in forma quanto lucido (e probabilmente profetico) sulla situazione politica e sociale contemporanea. Altrettanto unica (e irresistibile) è la capacità dei Laibach di mescolare citazioni alte a riferimenti ultra-kitsch della cultura popolare, sicuramente con ironia ma senza mai perdere il loro distacco e la loro ieratica aria severa. La data di Trieste da questo punto di vista è stata una conferma e ha mostrato il gruppo in stato di grazia come non mai.

Il tour che ha fatto tappa qui stasera nasce in parte come colpo di coda della promozione di Spectre, loro ultima fatica in studio vecchia oramai di oltre due anni, ma soprattutto dalla voglia di far conoscere anche ai fan del vecchio continente lo spettacolo presentato a Pyongyang e incentrato fortemente sulla colonna sonora di The Sound of Music, il film di Robert Wise del 1965, meglio noto dalle nostre parti col titolo di Tutti insieme appassionatamente. Allo stesso tempo la tragica attualità, dal dramma dei migranti alle vergogne di una politica europea divisa e inefficace, fino alle minacce dell’Isis, hanno sicuramente fornito al gruppo l’ispirazione per ripescare le giuste canzoni dalla loro importante discografia e inserirle in scaletta.

I Laibach salgono sul palco in cinque, il batterista, i due tastieristi, più i cantanti, lo storico e inquietante Milan Fras e la vocalist Mina Špiler, ormai un asse portante della proposta musicale più recente del gruppo. A livello visivo le proiezioni su due grandi schermi, per la maggior parte costituite da elaborazioni al computer con inserimenti di video, accompagnano in modo efficace le canzoni, riportando talvolta citazioni dei testi nei momenti più pregnanti.

Il concerto viene costruito da varie parti: la prima viene aperta da brani di sapore industriale/avantgarde, come “Smrt za smrt” (“Death for death”), in sloveno ma i cui inquietanti versi sono proiettati in inglese a beneficio di tutti (cose tipo “Cutting off ears and tongues”). È la parte in cui l’attualità viene rivista secondo la visione del gruppo, sia per parlare dei nuovi barbari (“Now you will pay”) o del fallimento del sogno europeo (“Eurovision” che nel testo parla di come “Europe is falling apart”) o dei rifugiati in fuga dal sud del mondo e dei nuovi muri che in risposta si costruiscono in varie parti d’Europa (“The great divide”).

Laibach a Trieste - Foto di Christian Dex

Mi rendo conto che sto fornendo un’interpretazione molto personale della proposta musicale del concerto e probabilmente altri ascoltatori, con idee diametralmente opposte alle mie, potrebbero averne ricavato una lettura completamente diversa. Ma in fondo ciò non deve stupire: i Laibach giocano da sempre con l’ambiguità e sono anzi certo che si compiacciano nel sapere che i loro brani vengono interpretati nei modi più disparati. Confondere è in fin dei conti da sempre la loro missione primaria.

Dopo il manifesto programmatico “Resistance is futile” (anche qui, nonostante il tono minaccioso il riferimento è molto pop, ovvero il motto dei Borg, i cattivi di Star Trek), compare sullo schermo un timer a scandire una pausa di 15 minuti. Anche in questo i Laibach sono stati unici, mostrandosi volutamente distanti per prendere in giro la comunicatività entusiastica tipica dei concerti rock – col cantante che cerca il contatto con il pubblico, in una sorta di ideale annullamento delle distanze con la propria audience. Il gruppo non ha infatti profferito parola, affidandosi ad una voce sintetizzata al computer per blandire, non senza ironia, il pubblico.

La cosa è stata assai divertente ma per un po’ lo scherzo non è stato in fondo capito: complice anche l’ambientazione austera del teatro, all’inizio il pubblico si è mostrato intimidito e per una buona metà del concerto gli applausi al termine dei brani sono stati abbastanza modesti.

La seconda parte si è aperta con i brani da The sound of music, tutti accompagnati dalle immagini usate nelle date in Corea: “Do-Re-Mi”, “Edelweiss” e “The sound of music”, nonostante la melodia super melensa riescono a coinvolgere, grazie anche alla magistrale interpretazione di Mina Špiler.

Solo nella terza parte del concerto la folla diventa finalmente più partecipe, vuoi perché è il momento della stupenda “The Whistleblowers”, vuoi perché la voce sintetizzata incita il pubblico come in un concerto rock (“Preparate i vostri fischietti”, “Dite Oh Oh”…). Si continua con altre riprese da Spectre, come “No History” o “We are millions and millions are one”, fino a che l’atmosfera diventa davvero rovente quando il gruppo intona la storica cover di “Life is life”, seguita a ruota dalla sua versione in tedesco (rispettivamente “Opus Dei” e “Leben Heißt Leben”, entrambe prese dall’album Opus Dei).

C’è anche lo spazio per un altro bis e il gruppo si congeda con una stupenda interpretazione di ‘Each man kills the thing he loves”, che i più ricorderanno dalla colonna sonora di Querelle de Brest di Fassbinder, che viene accompagnata da bellissime ma inquietanti immagini virate al blu e al rosso del sangue.

A chiusura viene trasmesso un trailer dell’imminente DVD dei Laibach sulla trasferta in Corea del Nord, tra sfottò delle tv americane, rischi di annullamento del concerto a poche ore dall’inizio e abbondanti primi piani delle facce super-perplesse del pubblico in sala.

Che possiate ancora stupire e ammaliare a lungo Laibach, in qualunque latitudine vi capiterà di suonare!

Laibach a Trieste - Foto di Christian Dex

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3 comments

  1. Christian Dex 27 aprile, 2016 at 14:32

    Ciao Marco
    concordo che il prezzo di biglietto sia stato po’ eccessivo (30 €!) ma, come puoi intuire da quanto ho scritto, dissento completamente su “The whistleblowers”! 🙂

  2. Stefano 28 aprile, 2016 at 20:25

    Ciao,

    no, il prezzo del biglietto (27 per la galleria e 32 per la platea) non era eccessivo, tenendo conto dei prezzi oggigiorno e del fatto che ci si trovava in un teatro. Penso piuttosto che la data imminente a Lubiana e la scarsa pubblicizzazione dell’evento (io sono di Pordenone e l’ho comunque saputo solo 1 settimana prima e per caso, non certo grazie a manifesti, giornali e affini) abbiano inciso sull’afflusso del pubblico.

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