Novembre: URSA

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Nove anni, tanti sono trascorsi dalla pubblicazione di “The blue”, ed è maturo il tempo per il rientro sulle scene dei Novembre, uno di quei gruppi pei quali il termine seminale non è utilizzato a caso, tanto per far bella figura coi lettori. URSA è un titolo pesante, al di là dei riferimenti a George Orwell, “Union des Republiques Socialistes Animales” venne inizialmente scelto come titolo dell’edizione francese de “Animal farm”, da noi “La fattoria degli animali”, ipotesi poi scartata (si era nel 1946) per non offendere la suscettibile nomenklatura sovietica, come ben evidenziato nel carteggio intercorso in quegli anni fra lo stesso Orwell ed Yvonne Davet, perché Carmelo Orlando, l’unico rimasto della famiglia stante la fuoriuscita del fratello Giuseppe, ha assemblato un lavoro ancora una volta di elevato livello, emozionalmente coinvolgente e tecnicamente impeccabile (fanno ora parte della squadra David Folchitto, batterista già Stormlord, Kaledon ed una lista lunga così, Fabio Fraschini al basso, già su “Materia”  oltre al fidato Massimiliano Pagliuso alla chitarra ed alla produzione), si riallaccia poi la partnership con Dan Swano (produttore ed esecutore di rara intelligenza ed apertura, cercate “Retribution” del suo progetto Nightingale), colui che operò su “Wish I could dream it again…” e su “Arte Novecento”, contribuendo ad elevare i Novembre allo status di grandi del death/doom europeo, e che sul presente disco si occupa del mastering, rendendo il suono denso pur mantenendo una naturale fluidità, mentre Anders Nystrom dei Katatonia (dei quali è pronto il nuovo lavoro) presta la sua chitarra su “Annoluce”. Difficile valutare quanto i Novembre abbiano inciso sulla crescita complessiva di questo settore della musica c.d. estrema in Italia, tale è il loro contributo, che emerge fra le pieghe sonore di diecine di operine sparse in questi anni e patrocinate da diverse sigle, che siano apprezzati senza condizioni da artisti anche di diversa estrazione lo attesta l’ottima e partecipata compilazione “A treasure to find”, sottotitolata non a caso “un omaggio ai Novembre” edita da Mag Music, ove tutti i nomi coinvolti hanno dato fondo a tutti i loro talenti per rendere con rispetto una miscela selezionata di loro brani (e non necessariamente i più noti). Ed URSA va ad inserirsi in un corpus ponderoso quale è la discografia dei capitolini, ampliando la disanima ben oltre i soli titoli ivi racchiusi, ed obbligando l’ascoltatore ad una analisi ben più complessa. Nella musica dei Novembre s’insinua sempre una corrente melancolica e decadente che non stona affatto, semmai si amalgama, con un senso di magniloquenza, di grandiosità epica e virilmente drammatica, mantenendo inalterato il gusto per una melodia discreta, raffinata. Come “Oceans of afternoon” (ed ora ci caliamo in una indagine più centrata sulle canzoni di URSA), i Suede che leggono D’Annunzio coi piedi che affondano nella battigia con quel sax che ci accompagna al commiato, rigurgito romantico che emana aromi dolciastri a la Roxy Music di “Manifesto”, Europa che s’avvia mesta ed impotente alla dissoluzione… Poi la citata “Annoluce” (scelta non a caso come singolo, episodio tutto sommato lineare) ed il vigore che torna a sostenere un ritmo più incalzante, i battiti aumentano e Carmelo che canta con trasporto. Così ci troviamo ad attraversare stanze ove l’atmosfera cangia, la luce fluttua attraverso spessi tendaggi color porpora, poi alla penombra succede il buio, prima che il lucore incerto della luna ammiccante nell’oscuro firmamento torni a rischiarare l’ambiente e con esso il nostro spirito. Ammicca l’Orsa, ed in lei troviamo un riferimento per guidare i nostri passi. Dinanzi a cotanta onustà si rischia la vertigine, chi scegliere, e perché un brano piuttosto che l’altro, quando basterebbe “Umana” a fornire a qualche band magari sopravvalutata o che gode ancora di qualche antico credito, materiale sufficiente per un intiero disco? Centrale, nella definizione di URSA e delle sue policrome componenti sono i dieci minuti di “Agathae”, e qui Goethe si sofferma ad osservare la lussureggiante vegetazione mediterranea che ha studiato sulle tavole di Carlo Linneo. Talmente coinvolgente che del parco uso della voce non ci si accorge nemmeno, essendo lo spettro sonoro saturato da uno strumentismo compatto ed indemoniato. Il ghigno della megera ci risveglia evocando antiche credenze, quelle delle quali le nostre Terre sono ricche, patrimonio orale che risale ai nostri avi. “Bremen” e “Fin” suggellano un’opera importante non solo per il death/doom progressivo e per quello che potrà esprimere in divenire, ma per tutta la scena nazionale. I Novembre hanno saputo custodire il loro talento per poi trarlo dall’astuccio di prezioso legno intarsiato ove l’avevano riposto e ne hanno fatto un uso mirabile, l’ora abbondante di URSA lo attesta. Fortunati coloro che sapranno apprezzarlo, della bellezza non si è mai sazi.

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