Katatonia: The fall of hearts

0
Condividi:

Katatonia: un nome che incute deferenza al solo udirlo. E che evoca paesaggi lontani, freddi, solitari. La tundra sconfinata, lo sguardo che si perde volgendosi tutt’attorno e che non riesce ad abbracciarla tutta, distese d’arbusti che crescono resistendo al vento che spira incessante dal Nord, che li piega e li strappa, facendoli rotolare via fra sbuffi di polvere. L’unica testimonianza del transito dell’uomo è affidata a cumuli di pietre che mani pietose hanno eretto a protezione dei poveri resti del viandante che non ha sopportato oltre, che ha ceduto agli stenti inflittigli da una Natura matrigna, affinchè quelle poche ossa trovino riposo, e riparo dal dente affilato del lupo vorace. The fall of hearts è l’undicesimo sigillo che il gruppo di Jonas Renkse e di Anders “Blakkheim” Nystrom appone ad un curriculum vergato su pergamena finissima; l’attesa della venuta del successore di “Dead end kings” (e del suo fratello “Dethroned and uncrowned”) è finalmente terminata, è giunta l’ora di verificare cosa hanno portato questi tre anni d’assenza di novità, scanditi da comunicati che confermavano via via lo stato dell’arte e l’entrata in formazione dell’esperto batterista David Moilanen e sopra tutto dell’ex-Tiamat Roger Ojersson alle chitarre, rinforzi di una line-up già inattaccabile. Si riuniscono sotto un’unica insegna membri di due delle realtà più vivide e geniali che la Svezia abbia prodotto, quale miglior viatico per la nuova uscita? L’apertura della quale è affidata a “Takeover”, concretizzazione delle aspettative: un episodio teso magistralmente indirizzato lungo coordinate progressive da strumenti ispirati e dalla splendida voce di Renkse. Il gothic metal raffinato di “Serein” certifica il ruolo di protagonisti assoluti di una scena che in altri casi mostra segni di evidente cedimento, operando una implacabile, ma necessaria, distinzione fra chi la classe la possiede e chi solamente la millanta. “Old heart falls”, singolo, è canzone che s’affida alla poetica crepuscolare che i Katatonia hanno saputo interiorizzare, mentre “Shifts” e “Decima”, fra acustiche, pianoforte ed oniriche tastiere sullo sfondo, giustificano la (parziale) adesione agli stilemi neo-progressivi che vedono in Steven Wilson il principale promotore. “Sanction” e “Last song before the fade” appartengono invece al loro repertorio classico, con porzioni più distese che si succedono ad improvvise accelerazioni. L’esperienza accumulata negli anni ha permesso loro di smussare gli spigoli, levigare le superfici, pervenire ad una formulazione più matura e moderna del gothic-doom, la matrice è evidente (si leggano gli spunti tratti dagli Anathema, quelli del magnifico “The silent enigma”) ed è ancora valida, e viene sfruttata con grande perspicacia. Ora tocca ai Katatonia legittimare il ruolo di iniziatori di un movimento che può e deve fornire ottimi spunti di riflessione, sopra tutto se la rotta dark-progressive-metal verrà approfondita, acquisendo quella profondità espressiva che è propria di act apparentemente distanti come A Perfect Circle e Tool che quelle vie esotiche hanno già esplorato a fondo, appropriandosene (“Serac”). Come collocare The fall of hearts all’interno di questa corposa discografia, che dagli esordi del 1991 (ma erano già attivi dal 1987 come Melancholium) si è ramificata fino ad oggi? Sarà ovviamente il Tempo a fornirci le risposte che bramiamo, armiamoci di pazienza, decantata l’emozione dei primi ascolti verrà l’ora dei giudizi più imparziali e fors’anche severi. E’ palese che da un ensemble come questo ci si attendono sempre prove di grande qualità, che in ogni uno dei dodici brani che compongono The fall of hearts viene comunque esibita senza risparmio. Una nuova strada è stata imboccata, non sono molti i gruppi che oggidì osano rinnovare il loro guardaroba senza badare troppo a regole od ad imposizioni esterne, tenendo in gran riguardo la personalità. I Katatonia lo fanno, ed altrimenti non saremmo qui ad ascoltare “The night subscriver” ed i suoi cangianti colori o la meditabonda “Pale flag” (che titoli magnifici!), ove compare (con discrezione) pure un percussivismo che evoca ben altre latitudini rispetto Stoccolma, chiudendo con “Passer” un cerchio che emana magia: si torna a sonorità aspre, nervose, fra sciabolate delle sei corde ed una sezione ritmica indomita che lasciano spazio all’enigmatico cantato di Renkse, per poi riapproprirasi con forza del proscenio: i Katatonia sono ancorati fermamente al rock, ed è giusto ricordarlo. L’ingresso in formazione di Ojersson ha portato in dote un bagaglio di ulteriori conoscenze e talenti (che già prima abbondavano), il combo è compatto, il percorso da compiere è ancora lungo (almeno lo speriamo tutti!), sarà davvero interessante seguirne gli sviluppi. L’artwork di Travis Smith va solo ammirato, non vi sono termini adatti a descriverlo, osservatelo ascoltando The fall of hearts, pubblicato in diverse edizioni una delle quali racchiude un inedito (“Wide awake in quietus”) con ospite Gregor Mackintosh, producono gli stessi Renkse/Nystrom, con Jens Bogren che si occupa del missaggio.

Condividi:

Lascia un commento

*