Youth Code: Commitment to Complications

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Gli Youth Code sono stati per chi scrive una delle migliori sorprese musicali degli ultimi anni. Ammetto di averli conosciuti soprattutto in virtù del loro strettissimo rapporto con gli Skinny Puppy, di cui sono un grande fan: questa relazione speciale con la band di Nivek Ogre e Cevin Key è stata una fortuna anche per loro, visto che soprattutto negli Stati Uniti, dove il culto “Puppies” è ancora forte, ciò ha permesso agli Youth Code di allargare in modo significativo la loro “fan base”.
Degli Youth Code apprezzo in particolar modo l’originalità della proposta, pur nell’evidente citazionismo delle fonti. Questo ossimoro è in realtà solo apparente: gli Youth Code infatti hanno preso i suoni EBM e industrial degli anni ’80 e ’90, sposandoli con una potentissima indole hard-core. In qualche modo hanno fatto una sintesi perfetta (ed originale!) dei loro gusti personali (la scena Wax Trax che hanno amato da giovani) con le esperienze musicali che hanno fatto da grandi (Sara Taylor suonava in gruppi metal mentre Ryan George viene dai Carry On, un gruppo hard-core che ha guadagnato in passato una piccola notorietà).
Il risultato è ovviamente adrenalinico: rigorosi suoni sintetici, marcatamente artificiali, producono un ritmo implacabile, su cui si posa la voce in growl di Sara Taylor. La proposta è davvera unica: sufficientemente ostica per allontanare gli ascoltatori più modaioli, definitivamente accattivante per conquistare le simpatie di chi è cresciuto a pane e hardcore o a wafel belgi ed EBM!
Gli Youth Code poi – altro apparente ossimoro – sono decisamente attuali: questa sintesi da loro proposta suona infatti moderna, non una citazione stantia del tempo perduto. Se l’EBM e l’industrial erano proiettati verso un futuro prossimo, fatto di “sprawl” urbani e intelligenze artificiali, con gli Youth Code quel tempo è finalmente giunto e la loro musica ne è la rappresentazione più riuscita.

Commitment to complications rappresenta una sintesi perfetta di queste suggestioni. Qui rispetto alle prove precedenti della band il suono si è fatto più ricco, gli arrangiamenti complessi e stratificati, con alcuni inserti atmosferici che fanno da contraltare alle sonorità più ostiche e metalliche. Non stupisce sapere quindi che la produzione dell’album è stata affidata a Rhys Fulber dei Front Line Assembly che, senza snaturare la proposta degli Youth Code, ha in qualche modo arricchito la palette dei suoni a loro disposizione.
Dopo “(Armed)”, suggestiva intro strumentale in cui la presenza di Fulber si fa particolarmente sentire, l’atmosfera si infiamma subito con “Transitions”, che colpisce come un treno in corsa con il suo metallico furore. La title-track che segue alterna la voce di Sara Ryan a quella maschile di Ben Falgoust dei Soilent Green, in un brano veloce e adrenalinico ma immediatamente riconoscibile in virtù di un riuscito refrain. “The Dust of Fallen Rome” è poi probabilmente il capolavoro dell’album: l’introduzione ricorda un tipico brano electro ma la drum-machine fa esplodere subito il ritmo che diventa velocissimo, fino a quando il tutto si placa nel bellissimo e struggente ritornello (e qui l’intreccio della voce “sofferente” con quella più melodica prodotta dal vocoder non può non ricordare la storica “Worlock” degli Skinny Puppy!). In tutti i pezzi, si ascolti ad esempio “Anagnorisis”, gia uscito come singolo, o “Lacerate Wildly”, la collaborazione con Fulber è assolutamente evidente, con i suoni dei synth pieni e stratificati, l’introduzione di campionamenti e i cambi di ritmo. Il furore dei brani più veloci, “Avangement” o “Glass Spitter”, si placa (apparentemente) con “Lost at sea”, che in modo lento, con suoni tetri e atmosfere inquietanti, chiude l’album. La calma è però solo apparente, perché a metà del brano Sara Taylor infiamma l’atmosfera con un cantato struggente, che fa terminare così in modo intenso un lavoro davvero eccellente.

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