Vena: Ex Machina

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vena ex machinaA dimostrazione del fatto che la passione musicale va oltre il tempo, lo spazio e le circostanze contingenti, i Vena presentano il loro nuovo lavoro, quattro anni dopo Opera . Fermo restando un passato prezioso, Ex Machina è tuttavia un disco proiettato decisamente al futuro, consapevole delle attuali tecnologie e delle sonorità che queste producono, aperto agli stimoli del mondo esterno e alle problematiche che ne derivano e i temi al suo centro includono l’uomo e la macchina e il loro rapporto, visioni di vita e di morte che emergono dalle parole e dalle note con un’intensità spesso dolorosa: l’ottimismo non ha mai caratterizzato la musica dei Vena e non è presente neanche oggi nella loro ispirazione. Francesco Maggi, Stefano Tocci ed Enzo Stante ai quali si è aggiunto di recente Riccardo Martucci non rimangono dunque ancorati alla tradizione darkwave di cui, almeno in Italia, sono stati lungimiranti iniziatori e cultori e, in un periodo in cui il genere è divenuto ormai una moda i cui esiti, molto spesso, appaiono convenzionali e stereotipati, hanno fatto proprie suggestioni industrial ed ambient, traendo idee ed intuizioni da suoni forse più moderni ed insoliti e allontanandosi dalle lineari formule ‘wave’. Ex Machina contiene dodici brani oltre ad un prologo di un paio di minuti e, fin dal principio, non ci sono nè compromessi nè sconti: persino il suddetto prologo in cui, su un’ossatura elettronica cupa e tutt’altro che accattivante, si catturano dallo spazio inquietanti voci, appare pervaso da un clima molto opprimente ed introduce ad un mondo visionario che attira e respinge allo stesso tempo. Subito dopo, “Origins” entra ‘fluidamente’ evocando paesaggi di un remoto ‘altrove’ (Hal 9000 di Kubrick?) e la bellissima “Avatar”, scandita dall’inizio alla fine da una ritmica lieve quanto fredda,  mostra con spietata fermezza una realtà più vicina alla macchina che all’uomo: la sensazione permane anche in seguito, per esempio in “Abduct”, dove proprio le macchine pare prendano vita e, all’inizio, addirittura respirino, mentre la voce distante sembra sancire il distacco da tutto ciò che è umano. Da qui in poi l’ispirazione del gruppo si attesta su forme industrial/sperimentali, con rumorismi e passaggi ripetitivi vicini a un’idea di alienazione: è il caso di “Mental” e della cupissima “Elohim”, animata da una oscura voce ‘robotica’, e bisogna attendere fino a “Descent” per ritrovare echi dei vecchi Vena: un brano minimale, dalla freddezza cristallina ed il clima più introspettivo che ‘catastrofico’, solo reso un filo più sinistro dal cantato minacciosamente roco. Ma dopo il primo minuto di “Singularity” l’ascolto fa il pieno di angoscia e nere immagini di un mondo post-atomico prendono nuovamente il sopravvento. Si procede così fino alla chiusura vagamente enigmatica di “Ascension”, quasi l’ascensione ad uno scenario ‘siderale’ dove la presenza dell’uomo è ‘percepita’ a malapena e “Zeroclock”, un lineare esempio di dark-industrial, a mio avviso fra gli episodi di maggiore fascino per come la musica ‘satura’ l’ambiente con pochissimi elementi e la voce ‘scarnificata’ si impone ed inquieta. I Vena hanno raggiunto con Ex Machina un traguardo importante, dando corpo al desiderio di rinnovarsi mediante nuove scelte: ci piace pensare che altri analoghi risultati positivi siano già dietro l’angolo. A questo proposito, abbiamo appreso che i nostri sarebbero al lavoro su Ex Machina Reloaded, una versione instrumental del disco più aperta ad atmosfere cosmiche con una accentuazione della tematica spaziale: inutile dire che non vediamo l’ora di ascoltarla.

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1 comment

  1. armando 28 giugno, 2016 at 09:52

    Condivido in toto. L’album è superbo. Il richiamo ancestrale ad un passato tutt’altro che terreno sono una lode alle brillanti intuizioni di Zecharia Sitchin. Ottimo lavoro tutt’altro che scontato. Grazie Vena.

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