Kælan Mikla: Kælan Mikla

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KaelanQuesto trio femminile islandese, dopo aver fatto il giro delle radio con il pezzo “Kalt”, sono finalmente approdate alla label greca Fabrika Records, che ha pubblicato il loro LP d’esordio, composto da otto pezzi a cavallo tra il minimal ed il punk/poetry. La voce di Sólveig Matthildur Kristjánsdóttir spesso declama o urla i suoi versi, con un pathos gravido di angoscia che mette i brividi e lascia “sentire” grazie all’interpretazione le parole della sua, per noi incomprensibile, madre lingua, scandite su una musica minimale, scarna e glaciale, figlia e degna erede della prima Anne Clark e dei synth di Gary Numan e John Foxx.

“Kælan Mikla” pare un racconto post apocalittico con la voce che recita su delle oscure sonorità ambient.

“Myrkrið kallar” alterna una bassline energica ad un tappeto sonoro di synth glaciali che mettono in risalto la voce che grida con una tonalità a cavallo tra rabbia e disperazione.

In “Líflát” le tastiere sono sempre fredde, ma con una melodia, lenta e venata di tensione, come la voce che, ancora una volta, recita.

“Sýnir” è come una cantilena oscura, un canto che potremmo immaginare levarsi inascoltato dalle stanze di qualche antico manicomio, luoghi in cui molto spesso in passato venivano condannate alla morte civile le persone scomode, anticonformiste, estreme, con le mura spesso segnate da tracce di arte mista a dolore dell’anima.

“Upphaf” è freddamente malinconica, con il basso lento che pare il battito di un cuore ferito, rassegnato.

“Kalt”, la loro cult hit è rabbiosa e siderea, un fuoco che illumina e consuma l’anima senza riuscire ad emettere calore. Qui la voce è di una disperazione, un’angoscia assoluta. Un pezzo che potrebbe essere eletto ad icona di tutto ciò che la new wave ha sempre rappresentato: alienazione; disorientamento, essere, sentirsi, diversi, lontani da un mondo materialistico ed insensibile.

In “Óráð” la musica ha una melodia più ritmata, come una danza macabra su cui riecheggiano frasi urlate con un’eco che le rende remote ed un refrain che pare quasi un disperato grido d’aiuto, consapevole che resterà inascoltato.

“Glimmer og aska” sembra un racconto di Bukowski, un’elegia dello squallore della routine e di una vita senza passione, su una musica lenta piena di malinconia.

Un disco assolutamente imperdibile per chi ama le sonorità anni ’80, con un’anima e delle idee da trasmettere, delle visioni da condividere.

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