Caron Dimonio: Solaris

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solarisDopo Gestalt, altra prova per il progetto bolognese Caron Dimonio: l’album Solaris che, uscito già da qualche mese, prendiamo in considerazione un po’ in ritardo, rappresenta sicuramente un passo avanti rispetto al precedente, pur mantenendone la freschezza e l’impronta personale; Lo Bue e Scalzo ci hanno infatti consegnato un disco significativo, che non si allontana dalle scelte intraprese a suo tempo per Gestalt ma presenta spesso delle particolarità che colpiscono; i testi, poi, hanno un fascino straordinario. Dal titolo si comprende che il riferimento è al celebre film di Andrej Tarkoskij, da cui viene mutuata l’idea, per trasformarla quasi nell’occasione per una elaborazione intima di cui la musica rispecchia lo sviluppo: il paesaggio oscilla fra sogno e realtà – synth e basso evocano freddo distacco e cupissima energia – e ciò che ne deriva sono visioni dalle tinte fosche e molto inquietanti. Solenni quanto suggestive note di piano aprono la title track “Solaris”, un esordio strumentale brevissimo ma francamente bello, che spalanca uno squarcio in uno scenario tetro e vagamente tormentato. Subito dopo, “Imago Mortis” introduce una ritmica incisiva ed un mood più aggressivo uniti ad oscure parole in latino, a sostituire il chiuso intimismo iniziale, mentre la seguente “Dentro il buco” esibisce una chitarra wave in grande spolvero in un’atmosfera assai ‘tirata’ mentre “E’ un mare”, episodio ben riuscito nella sua linearità scandita dai cupi ‘rimbombi’ del basso, ribadisce il legame fondamentale con il classico postpunk. Si giunge così ad un altro dei pezzi forti del disco, “Siamo sassi”, che si staglia fredda e tenebrosa, definita da un piccolo efficace riff destinato a fissarsi nella mente e dal lamento doloroso della chitarra; non cala il godimento con la successiva “Salto nel blu”, che comunque non esula dall’ambito della tradizione. Infine, per quanto in perfetta aderenza ai moduli del passato, è forse “La qualità del nulla” uno dei brani più densi ed elaborati, caratterizzato fra l’altro dal più nero dei ‘cieli’, mentre in “Giove” ritroviamo il familiare basso abbinato alla chitarra wave in un arrangiamento un po’ alla ‘Cure’. Delle restanti, segnalo soprattutto “Nuit san fin”, il cui testo (in francese) è stato scritto e viene ‘interpretato’ da Christian Rainer, in cui la tensione ha un graduale cedimento e irrompe una prospettiva più ‘libera’ e sognante, che mette in fuga le ombre fin qui fittamente presenti e chiude un lavoro ricco di suggestioni.

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