Nick Cave & The Bad Seeds: Skeleton Tree

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skeletonNato fra la fine del 2014 e i primi del 2016, Skeleton Tree, il sedicesimo album in studio di Nick Cave con i suoi Bad Seeds, resterà sicuramente legato al tragico evento verificatosi martedì 14 luglio 2015, quando il lavoro era ormai avviato: la morte del figlio quindicenne del musicista, Arthur Cave. Un fatto così terribile non poteva non lasciare impronte su un’opera artistica, in questo caso musicale, per ovvie ragioni tanto influenzata dalle emozioni di chi la suona. Skeleton Tree non si discosta granché da quelle che erano le più recenti scelte stilistiche del gruppo e, del resto, come si era osservato a suo tempo, il precedente Push the Sky Away  conteneva musica di  altissimo livello. Warren Ellis affianca il nostro ancora una volta, anche nella composizione, e molti hanno osservato quanto il suo ruolo sia stato qui forse più importante che in passato, poichè interviene su svariati aspetti e, occasionalmente, anche come ‘backing vocals’. Quello che distingue questo nuovo lavoro è in un certo senso, il registro di intensità: se dolore e sofferenza sono stati molto spesso alla base dell’ispirazione del ‘Re inchiostro’ – il documentario su di lui uscito in Italia nel 2014, Nick Cave – 20,000 Days on Earth, non descriveva certo una personalità quieta – l’angoscia che traspare dagli otto brani di Skeleton Tree non incide forse sul valore intrinseco dell’opera, ma colpisce dritto al centro. “Jesus Alone” è la prima traccia del disco che è stata resa nota: il pezzo c’era già prima della scomparsa del ragazzo, ma contiene proprio quell’urgenza dolorosa di cui si è detto, verosimilmente accentuata poi con la tragedia, unita al bisogno di estrinsecare uno stato d’animo che potrebbe diventare autodistruttivo; l’arrangiamento lineare è dominato da una tensione elettronica ben percepibile e da un canto talmente cupo da impressionare. Subito dopo, “Rings Of Saturn” è completamente diversa: Cave sembra declamare più che cantare e qua e là interviene un bizzarro coretto che in effetti sdrammatizza l’atmosfera ma le conferisce una tinta vagamente malata; esordisce con note struggenti, invece, “Girl In Amber”, la voce, a momenti, sembra soffocata e oppressa e con il coro al femminile cresce la sensazione di malessere. Di “Magneto”, poi, è davvero difficile parlare: i colori latitano, sopraffatti dalla più oscura e disperata delle visioni, mentre a cantare sembra esserci qualcuno a cui non interessa e così ora parla, ora sussurra, ora trascina faticosamente i toni e l’ascolto fa davvero male. “Anthrocene” ‘snerva’ con sonorità bizzarramente confuse e voci ripetitive in sottofondo fra il coro ed il lamento, ma è la successiva “I Need You” che assesta un ulteriore colpo al nostro autocontrollo: un pezzo di tristezza fatto musica – a cominciare dalle desolate note elettroniche iniziali – dove non si capisce bene se Cave canti addirittura piangendo e la batteria sembra proprio scandire i passi di un corteo funebre… ‘Nothing really matters, nothing really matters when the one you love is gone’, qui, forse si intravede il significato, semplice e profondo. Siamo arrivati alla fine del viaggio in un’anima in lutto e i suoni si fanno rarefatti di archi preziosi, mentre nel canto emerge la tenerezza consolatrice di Else Torp in alternanza con le tonalità tetre del nostro (“Distant Sky”); la title track conclude con orizzonti musicalmente meno plumbei, ma sempre alimentati da ricordi e tristi immagini di morte un album che ci coinvolge e costringe a guardare dentro, alla radice delle nostre angosce. Il film One More Time With Feeling, in uscita a breve, racconta la genesi di Skeleton Tree e, senza dubbio, ci metterà ulteriormente alla prova… tuttavia non si può rischiare di perderlo!

 

 

 

 

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