“Un padre, una figlia” di Cristian Mungiu: a chi appartiene il futuro?

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unpadre-unafigliaCristian Mungiu e la Romania sono certo legati da un rapporto imprescindibile di amore/odio se, ancora una volta questo Bacalaureat (in italiano, Un padre, una figlia), come i precedenti Oltre le colline e, per chi lo ricorda, 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, presenta uno squarcio di quel mondo di cui, anche ora che è entrato a far parte della comunità dell’‘occidente’, si continua a sapere abbastanza poco. Un padre, una figlia si colloca, temporalmente, diversi anni dopo la rivoluzione che aveva provocato la caduta del regime di Ceausescu, ma gli eventi che narra fanno comprendere come le speranze di cambiamento nate appunto dalla presa di coscienza popolare all’origine della nuova Costituzione del 1991 e dall’entrata del paese nell’UE nel 2007, soprattutto a livello della classe borghese che quelle speranze aveva fortemente alimentato, siano state ampiamente deluse dal permanere di situazioni e mentalità degenerate e corrotte che erano state tipiche del passato sistema. Questo stato d’animo scoraggiato fa da sfondo alla vicenda familiare di Romeo Aldea, medico ospedaliero nella città di Cluj, che lo incarna in tutte le sue ‘cupe’ sfumature: frustrato nelle aspirazioni personali e lavorative, ha convogliato ogni speranza di riscatto sulla figlia adolescente Eliza, in procinto di sostenere l’esame di maturità e di proseguire i suoi studi in una prestigiosa università in Inghilterra. Del resto, che cosa c’è di più naturale che desiderare per i nostri ragazzi un’esistenza migliore di quella che è toccata a noi?

Un imprevisto incidente occorso alla giovane minaccia di annientare quelle prospettive che apparivano ormai certe e mette in crisi le decisioni prese a suo tempo e che il padre credeva irrevocabili; tutto questo accelera la fine di un equilibrio familiare già da tempo incrinato, portandone alla luce le contraddizioni e, inoltre, pone il protagonista di fronte a scelte contrarie ai suoi principi, gli stessi che la figlia ha imparato a rispettare come irrinunciabili. Ce n’è a sufficienza per confezionare un dramma nello stile tipico di Mungiu.

L’ambientazione della storia è improntata al grigiore e alla desolazione di una periferia industriale disagiata e inospitale, dove la piccola delinquenza complica di continuo la quotidianità degli sventurati residenti: le immagini realistiche di strade ed edifici brutti e maltenuti ‘echeggiano’ l’amarezza di chi ha creduto, in un passato neanche troppo lontano, di poter offrire un futuro migliore ai propri discendenti. Nonostante la famiglia del dottor Aldea sia tutto sommato benestante, nulla fa supporre che abbia un modus vivendi confortevole e gli interni stessi della sua abitazione sembrano tappezzati di tutta la tristezza di una vita precaria: in un contesto del genere, appare impossibile offrire ai giovani delle opportunità di valore, se non accettando di servirsi di espedienti, sottostando a compromessi umilianti, offensivi per l’integrità morale. Ma un padre non dovrebbe essere disposto a mortificare i propri ideali al fine di ottenere per sua figlia un bene superiore? Ed è davvero questo bene ciò di cui Eliza ha bisogno per realizzarsi ed essere felice? Sono interrogativi che di certo valgono per qualunque genitore ma che, nel clima oscuro generato da una condizione sociale senza uscita, assumono una valenza ancor più drammatica. L’attore Adrian Titieni, nei panni del protagonista, con la sua interpretazione rigorosa e priva di ogni retorica rende perfettamente da un lato lo smarrimento di chi si sente in gabbia e non spera più nulla per sé, dall’altro il dolore di comprendere che quanto si fa per la persona amata credendo di favorirla, non viene in realtà accolto volentieri. La conclusione non chiarisce se il padre giunga alla consapevolezza di dover lasciare a sua figlia la libertà di scegliersi il futuro che le aggrada, anche rischiando di incorrere in errori che poi dovrà pagare direttamente, né viene precisato quale sarà la decisione che la ragazza prenderà, all’interno dello spazio di cui si è faticosamente riappropriata. Le prospettive non paiono volgersi al meglio e la visione del regista rimane pessimistica dall’inizio alla fine. L’unico conforto che ci viene concesso è vedere Eliza, finalmente privata della pressione che il genitore esercitava su di lei, pronta ad affrontare ciò che il domani le riserva e, al limite, anche a sbagliare: una facoltà a disposizione di qualsiasi essere umano… purché intenda accettarne le conseguenze.

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