The Cure + The Twilight Sad, Bologna 29/10/2016

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Acquistare alla ‘chetichella’ i biglietti per il concerto dei Cure a Bologna in un momento di abbandono sentimentale e scoprire dopo un anno che, quella sera, è presente tutto il mondo: questa è una lezione di cui la sottoscritta farà tesoro. Le date italiane della mitica band di Robert Smith rischiano di diventare, nello scenario musicale sonnolento e poco fantasioso in cui viviamo, il classico evento storico e si tratta di un dato che, ancora una volta, dovrebbe farci riflettere sul significato di tali operazioni e sull’importanza che finiscono per assumere, dato che parliamo di un gruppo sicuramente seminale per questo genere di musica ma che, in effetti,  non pubblica un disco nuovo da circa otto anni, ha un’età media ragguardevole e i suoi tour ripropongono di volta in volta hits risalenti a differenti fasi della sua ormai lunga carriera. Ma non è questa la sede per trarre delle conclusioni in merito. Qui vogliamo semplicemente testimoniare che i Cure sono vivi e vegeti, non suonano nulla di nuovo ma, quello che di ‘vecchio’ fanno, funziona sempre alla grande dal vivo e sono in grado di ‘trascinare’ dove vogliono una platea gremita al massimo, in cui molti erano almeno loro coetanei.

The Twilight Sad. Foto di Iole Branca

The Twilight Sad. Foto di Iole Branca

Spiace tuttavia dover evidenziare che i Twilight Sad, la band di supporto ai Cure in questo tour europeo, si sono ritrovati a suonare praticamente davanti a quattro gatti, pur essendo una realtà giovane fra le più promettenti degli ultimi anni, il cui ultimo album, Nobody Wants To Be Here and Nobody Wants To Leave, ha avuto elogi ovunque, oltre che su Ver Sacrum. Che sia per le necessità legate ai minuziosi controlli o per sua scelta, la maggior parte delle persone è entrata soltanto quando la loro esibizione era alla fine, perdendosi della musica di ottimo livello e un concerto molto piacevole. Pensare che è stato proprio Robert Smith a interessarsi del lavoro di questo gruppo al punto da pubblicare la cover di uno dei loro brani più significativi e, quest’anno, da volerli insieme ai Cure nel tour: se qualcuno lo sapeva, come mai non ne è stato almeno incuriosito?

The Twilight Sad. Foto di Iole Branca

The Twilight Sad. Foto di Iole Branca

I Twilight Sad sono apparsi alle 19 in punto, come da programma, con atteggiamento timido e schivo, inizialmente non troppo comunicativi, ma subito amichevoli non appena si sono accorti che i (pochi) presenti mostravano  di apprezzarli. Buffo sentire il frontman James Alexander Graham scusarsi, come scozzese, per il cattivo inglese e sorprendente notare che – ne sia cosciente o no – il suo modo di gesticolare, di muoversi sul palco e atteggiarsi con il viso, ricorda straordinariamente Ian Curtis: si tratta di una somiglianza valida a livello di superficie, in quanto lo stile di canto o il tono di voce sono diversi e personali; il riferimento ai Joy Division di certo esiste sul piano più intimo, come attesta la cover di “Twenty Four Hours” inserita dai Twilight Sad in una compilation del 2008 che, del resto, ne contiene anche una degli Smiths ed un’altra degli Yeah Yeah Yeahs. La scaletta non includeva comunque alcuna cover, bensì i loro brani più conosciuti, prevalentemente tratti dall’album che abbiamo citato, eseguiti con serietà e passione: il pubblico si è mostrato soddisfatto e coinvolto, nonostante la musica fosse, più che ‘tirata’, profondamente triste e Graham apparisse davvero tormentato. Bellissima e toccante, per esempio, “Last January”, da Nobody Wants To Be Here and Nobody Wants To Leave ma notevole anche “Mapped by What Surrounded Them”, tratta da un disco del 2007, che ‘arieggia’ un po’ gli Smiths. Non è mancata, per altro, “There’s a Girl in the Corner”, proprio quella che a suo tempo ha cantato anche Robert Smith. In sostanza, l’esibizione dei Twilight Sad è stata suggestiva e degna di ogni attenzione, sicuramente più perfetta, sul piano tecnico, di quella dei Cure: ma le star della serata, si sa, sono al di sopra di qualsiasi critica. Così, quando gli scozzesi stavano terminando con la loro “And She Would Darken the Memory”, il pubblico ha cominciato a riversarsi in massa all’interno. Peccato!

Robert Smith. Foto di Iole Branca

Robert Smith. Foto di Iole Branca

Le suddette star si sono fatte, comunque, attendere un bel po’ e si sono presentate sul palco ben oltre le ore 20. Poco senso ha descrivere l’aspetto fisico del frontman: è un uomo invecchiato, ma dopo trent’anni come potrebbe essere altrimenti? Rimane tenacemente attaccato al suo ‘personaggio’ anche ora, benchè si intuisca che non è che una maschera, deposta la quale, forse, come tutti infila le ciabatte e sonnecchia sul divano. Ma sul palco, fra luci abbaglianti, appare sicuro, seppur infagottato nei suoi abiti neri, e non appena apre la bocca, si innesca la magia, alla ricerca della quale tutti siamo lì: “Plainsong” leva le sue meravigliose note e la voce di Robert – si, è un filo appannata? –  le insegue senza fatica; quando incomincia “Pictures Of You” si comprende che stasera ci toccherà la scaletta ‘versione Disintegration’, forse la migliore opzione possibile fra quelle attese. Da qui in poi, la scena è tutta loro, e lo show ‘fluisce’ richiamando memorie e immagini di un altro tempo, le nostre scoperte musicali, i nostri amori artistici e non, spesso intensi oggi come a vent’anni. L’acustica funziona, e non importa che, ogni tanto, scappi qualche imprecisione soprattutto, come è stato notato, al tastierista Roger O’Donnell: è già successo, e chi li ha sentiti live negli anni ’80, ricorderà qualche concerto in cui non ci si raccapezzava letteralmente, tale era la confusione che Smith & Co.riuscivano a combinare, quasi ognuno stesse suonando una canzone diversa nello stesso momento; eppure il carisma ‘colava’, come il rimmel sui volti sudati, regalando ad un pubblico rigorosamente in nero, che già all’epoca sapeva a memoria i testi e li ‘urlava’ insieme a loro, quel senso di ‘onnipotenza’ che di certo non ha mai più provato.

The Cure. Foto di Iole Branca

The Cure. Foto di Iole Branca

I Cure vanno avanti, snocciolando uno dopo l’altro ben 32 pezzi, una porzione ‘generosa’ del loro grande repertorio, con tre brevissime interruzioni. La scaletta – perfetta! – è studiata per dare soddisfazione un po’ a tutti, strizzando l’occhio sia ai depressi cronici di “Charlotte Sometimes” che ai romantici di “Lovesong”, senza tralasciare gli waver duri e puri – “Boys Don’t Cry” – o i frivoli seguaci della fase pop con il telefonino in mano – “Friday I’m in Love” – e sfoderando una voce che, nonostante risenta palesemente degli anni di alcool e ‘bagordi’, è unica e irripetibile. Il quartetto di brani tratti da Seventeen seconds – “At Night”, “M”, “Play for Today” e “A Forest” – eseguito come primo bis, suscita momenti di autentica commozione, soprattutto quando, alle spalle del gruppo, durante l’esecuzione dell’omonimo pezzo, sono apparsi gli spettrali alberi del video di “A Forest”, di cui tutti senza dubbio conosciamo ogni singolo minuto; sfortunatamente sono del tutto assenti brani della fase più oscura e quindi Pornography viene del tutto ignorato. La scenografia, concepita semplicemente attraverso l’uso massiccio delle luci e di immagini che scorrono sul fondo, per quanto non spettacolare all’eccesso, è la più ‘giusta’ per valorizzare la musica e, al contempo, consentire una forma di ‘contatto’ fra gli artisti e la platea, in verità  accalorata quanto basta, ma non ‘scatenata’, come ci si sarebbe potuto aspettare. Quasi tutto il tempo in quattro, allineati sul davanti – Simon Gallup, Roger O’Donnell e Reeves Gabrels, oltre, ovviamente, allo stesso Smith, mentre il batterista non poteva che restare sullo sfondo  – i nostri non potevano permettersi grandi acrobazie ma hanno saputo farsi ‘voler bene’ dai nostalgici quanto dai giovani alla scoperta del passato, dimostrando una forma magari non alla Mick Jagger, ma sufficiente per reggere quasi tre ore di musica: un omaggio importante a quell’immaginario che loro, più di tutti, hanno contribuito a creare e ad ‘istituire’, aprendo ad un’intera generazione di ragazzi un universo oscuro ma infinitamente ricco di fascino, sconosciuto fino a quel momento; un’operazione di cui all’epoca, forse, non fu intuita la portata mentre adesso ne vediamo e viviamo le filiazioni e… le conseguenze. Tanto da correre a Bologna per celebrarla, insieme al grande Robert Smith senza il quale, sicuramente, oggi non saremmo ciò che siamo.

Foto di Iole Branca

Foto di Iole Branca

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