Virgin in Veil: Deviances

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virgin-in-veil-deviancesSe la Danse Macabre è da più di vent’anni una delle etichette di punta della scena dark-wave è anche merito del gusto di Bruno Kramm, che sa riconoscere i gruppi dall’alto potenziale.

Uno degli ultimi arrivi sull’etichetta sono i finlandesi Virgin in Veil, che a mio avviso si candidano ad essere uno dei gruppi di punta del death rock, eredi dell’energia e della rabbia angosciata dei Christian Death del compianto Rozz Williams.

L’album è composto da 8 pezzi che mischiano il ritmo sincopato del punk con atmosfere e soggetti più oscuri, gotici.

“Live like suicide” è un anthem di due minuti carico di energia e fascinazioni macabre: il testo ha una venatura esistenzialista e vede nell’unione di due persone che vivono al limite l’unica uscita da una vita priva di senso.

“Lovestains” è vicina allo stesso tema: due persone consumate dall’amore che sfuggono al resto del mondo… e che non lasceranno nulla a chi li cerca. La musica è ancora veloce, rabbiosa, come il ritmo di una fuga senza tregua.

“Sexual sin” è un pezzo che trae la sua ispirazione, sia ritmica sia testuale, negli ideali del punk (e forse questo è il motivo per cui i Virgin in Veil hanno scelto per il loro tour italiano i centri sociali invece che i locali goth con serate alla moda). Il pezzo tratta dell’ipocrisia che censura il sesso ma permette una continua “atrocity exhibition” di morte ed altri orrori, ormai divenuti normalità in televisione.

“Decay” passa dal death-rock a riff violenti in puro stile hardcore e parla della decadenza, che dall’esterno riesce anche a corrompere le nostre vite, il nostro spirito: ed allora anche le devianze, i gesti estremi non sono altro che reazioni, come lo specchio della verità che rivela al mondo i suoi orrori.

“Seduction” un altro pezzo sincopato che nasconde un trucchetto: ha un testo che pare d’amore, un sentimento che pare un’ancora di salvezza, una ragione di vita… ma alle fine al posto di un nome viene evocata la cocaina come Dea da adorare.

“In the name of God” è un brano rabbioso contro l’ipocrisia religiosa che in nome dell’amore diffonde odio verso tutti i diversi, l’atteggiamento tipico di tutti i bigotti che si credono perfetti.

“Drown in flesh” è un altro pezzo che mischia l’ardore del punk a quello dei sentimenti, la frenesia del desiderio di un rapporto che è unione dei corpi, piacere, e, probabilmente, l’unica ragione di vita.

“Heartthrobs” è un inno frenetico nel miglior stile “live fast die young”, con la consapevolezza, forse la preveggenza di una morte futura ed in fondo inevitabile per tutto il genere umano, anche per coloro che cercano di dimenticarlo tra le soddisfazioni effimere del materialismo.

Per concludere, un lavoro intenso, energico ed emozionalmente coinvolgente, con forse l’unica pecca di essere un po’ corto, ma sicuramente degno di figurare a testa alta a fianco dei migliori lavori del genere.

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