Hapax: Cave

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hapaxcaveEsce in questi giorni l’attesissimo nuovo disco dei campani Hapax, che il precedente lavoro Stream Of Consciousness ha fatto venire di botto alla ribalta raccogliendo, oltre a quello di Ver Sacrum, il plauso generale della stampa specializzata e del pubblico del dark. Dopo il grande successo di un debut album, il secondo è  sempre un banco di prova ma – meglio dirlo subito! –  Cave è da promuovere, senza se e senza ma. Se alcune caratteristiche vincenti della musica del duo sono rimaste praticamente intatte – la chitarra dai suoni limpidi e sognanti, il basso ‘volitivo’ che scandisce strutture ‘acuminate’ come cattedrali gotiche e la voce intensa di Michele Mozzillo che, in qualche modo, dimostra una personalità tutta italiana in un genere ormai vastissimo – l’ispirazione alla base di Cave produce i suoi frutti in dieci brani che, forse, contengono anche qualcos’altro: basta un ascolto per farli riconoscere come appartenenti agli Hapax, cioè parliamo di una delle poche realtà musicali nostrane in ambito darkwave che abbia, in effetti, saputo creare un proprio sound. Come già  nel caso di Stream Of Consciousness, con il suo riferimento al ‘flusso di coscienza’ di joyciana memoria, un filo impalpabile lega fra loro le tracce di Cave così come la storia dei due musicisti e la loro relazione con la città  e l’ambiente in cui sono nati e cresciuti: per quanto lontana essa possa apparire dai paesaggi tipicamente mediterranei, Napoli, con i suoi angoli più segreti, è presente in questa musica, e le immagini si sovrappongono ad una ricerca interiore perseguita da sempre e che oggi sembra condurre verso territori ancora da scoprire. L’esordio di “Traitors (The Words we Learned)” apre subito gli scenari tipici degli Hapax: il basso risuona cupo, la chitarra ‘scorre’ fluida, la tastiera traccia eleganti tessiture e il canto dalle tonalità  profonde completa l’equilibrio lineare dell’insieme. Subito dopo, l’irresistibile “Survive the Night” oscilla fra sacralità oscura ed eteree visioni, un omaggio alle tenebre che, nelle parole, quasi farebbe pensare a Novalis, se la soave voce femminile – per la cronaca quella di Adriana Salomone, già nel gruppo The Mantra above the spotless melt Moon che interviene ad accentuarne il carattere onirico e notturno, non pronunciasse un verso di Orazio: episodio davvero pregevole. Segue, “Desert”, altra piccola perla, in cui armonie ‘lunari’ illuminano le ombre, generate da insolite ma assai riuscite combinazioni di chitarra e synth – quest’ultimo assolutamente straordinario  – sovrastate dal cantato ‘pieno’ e incisivo; la ritmica più  vivace e l’agile melodia – tuttavia all’insegna della freddezza – sono poi la caratteristica di “Hands”, mentre in “Vitriol” l’esordio ‘sintetico’ evoca ancora una volta immagini dal sapore quasi ‘religioso’, cui si aggiungono le liquide note della chitarra e la suggestiva voce. Quindi, bypassata l’atmosfera vagamente funerea di “Silent Sign of Surrender”, la title track propone sinistre sonorità  ‘cinematografiche’ dai colori davvero plumbei e, da qui in poi, cresce il pathos drammatico, non più  soltanto ‘notturno’: la cupissima “Litany for the Oceans”, la dolorosa, sottilmente ‘snervante’ “Shadow and Breath” e la lenta, accorata “Nobody’s There” che chiude con note bellissime e mood introspettivo uno dei dischi italiani di quest’anno che sarà  facile trovare nelle nostre classifiche.

Per informazioni: https://swissdarknights.bandcamp.com/album/cave
Web: http://www.listenhapax.com/
TagsHapax
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