Killing Joke, Bologna 16/11/2016

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Killing Joke, Bologna 2016Un rullo compressore si è letteralmente abbattuto nella zona industriale “Roveri” -Zona Roveri Music Factory- direttamente dagli anni ’80, quelli del post-punk, della new wave. Non ha certo bisogno di presentazioni la band che è salita sul palco alle ore 22.30 e ha intrattenuto una platea abbastanza numerosa con 17 brani (scaletta nella foto) su 18 in programma (“Pandemonium” non è stata eseguita). 
Gli anni passano per tutti, è un dato di fatto. Io stesso con i miei 36 anni suonati non sono certo più un giovincello, ma ieri sera ero sicuramente tra i più giovani della platea. Questo un po’ mi dispiace, perché una band seminale e fondamentale come i Killing Joke meriterebbe sicuramente una diffusione capillare anche tra le nuove leve adepte al verbo goth.
Jaz Coleman alla voce, con i suoi sguardi magnetici è in grado ancora di incantare il pubblico delle prime file, e Martin “Youth” Glover al basso, rigorosamente scalzo, con un kimono sui vestiti e un cappellino a visiera dal quale fuoriescono dei piccoli rasta biondi, sono i mattatori della band. “Geordie” Walker alle chitarre e Ferguson alla batteria, svolgono il loro compito alla perfezione, il primo tessendo le trame delle canzoni della scaletta di questo tour, il secondo picchiando sulle pelli con l’energia di un ventenne, ma con l’esperienza di chi ha 30 anni di carriera alle spalle.

Si parte con il botto: “The Hum” riporta indietro la platea nel 1982. Puro delirio. In molti facciamo fatica a trattenere una lacrimuccia, quando le note di “Love Like Blood”, che non solo è una delle canzoni più belle di tutta la new wave, ma di tutto la storia della musica, scuotono i nostri animi.
“Eighties” accolta con boati e cantata a squarciagola, apre la parte più dura del concerto.
Chi è venuto sperando di assaporare i pezzi più lenti, si è dovuto immediatamente ricredere, perché i Killing Joke hanno continuato a devastare la platea con una sequela di brani energici, eseguiti alla perfezione. “Exorcism”, “Requiem”, “I am the Virus” (non l’unica dal loro ultimo e stupendo album Pylon), hanno surriscaldato gli animi, confluiti in un pogo molto energico durante l’esecuzione di “The Wait”.

Jaz si segna la gola, ha la voce affaticata, breve pausa. I Killing Joke vengono acclamati dal pubblico, rumorosamente. Tornano in scena per eseguire due brani su tre previsti, ma la decisione di chiudere il concerto anticipatamente con “Wardance” è perfetta.
85 minuti di concerto sono stati sufficienti per creare nel pubblico la consapevolezza che ieri sera non era semplicemente importante esserci: era fondamentale.

Non mi sarei mai aspettato nulla del genere, un tale vigore da una band di ultracinquantenni, in grado di polverizzare in pochi istanti la stragrande maggioranza delle nuove leve odierne, che cercano di affermarsi  e che si bruciano solo dopo un paio di album. A tal proposito risulta a dir poco impietosa a confronto la performance della band di supporto californiana Death Valley High, dedita ad un dance-goth-rock in odor di “AFI” e “Marilyn Manson” con qualche spunto interessante, ma troppo sconclusionata per attirare attenzione.

Lunga vita ai Killing Joke.

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2 comments

  1. Neo 17 dicembre, 2016 at 11:06

    Ciao.. tutto giusto e d’accordo su tutto, ma Pandemonium non credo di essermela sognata.. è stata la degna conclusione di un grandissimo concerto.

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