The Beauty Of Gemina: Minor Sun

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beautyUscito da qualche mese, Minor Sun è il settimo album della goth-band svizzera The Beauty Of Gemina e segue di circa due anni il precedente Ghost Prayers. Capitanato, come sempre, dal carismatico Michael Sele, il gruppo si è guadagnato, nel corso della sua carriera più che decennale, un pubblico notevole: nei suoi intendimenti, questo nuovo lavoro rappresenta un traguardo raggiunto ed il coronamento di un impegno i cui risultati, per quanto non sempre costanti nel livello, si sono visti quasi di continuo, se si considera anche l’intensa attività live. Tutto questo sorprende un po’, dal momento che, alla fine, The Beauty Of Gemina non ha inventato proprio niente e ha più o meno proposto una formula intermedia fra darkwave e goth che riesce gradevole e facile all’ascolto. Minor Sun, fino ad un certo punto, non cambia indirizzo e contiene tredici tracce non tutte stupende, di cui nessuna realmente disprezzabile né, almeno nella prima parte, destinata a restare nella storia. L’opener “End”, per esempio, si presenta come un decoroso brano rockeggiante, con note vivaci alla chitarra e il cantato gestito efficacemente. Poi, “Waiting in the Forest” sembra orientarsi maggiormente verso ‘modalità’ wave non prive di emozione con la chitarra ‘liquida’ ed una bella trama ‘sintetica’, mentre la voce opta per tonalità più accattivanti; tuttavia, gli oltre sette minuti di durata a mio avviso avrebbero potuto essere un po’ ridotti senza danno per nessuno. Quindi, bypassati chitarra e basso in stile postpunk anche troppo classico di “Bitter Sweet Good-bye”, molto validi per quanto lievemente in odore di ‘già sentito’, ecco “Endless Time To See”, di nuovo a prevalenza elettronica in cui la ritmica vivace ma imperiosa ha una bella attrattiva e anche la melodia è francamente efficace. Poco dopo, la cover di “Crossroads” di Calvin Russell, cantautore americano scomparso da qualche anno, apre l’inedita prospettiva di una vena acustica più intimista, la stessa che, più o meno, si ritrova anche nella seguente “Down On The Lane” e altrove: il frutto migliore di questo mood è “Wonders”, un brano di straordinaria suggestione e cantato con un pathos davvero emozionante. Quanto a pathos, tuttavia, va segnalata anche la meditativa e lirica “Another Death” dove la presenza degli archi valorizza ulteriormente la già splendida chitarra e, poco più in là, “Winter Song”, un altro gradevole pezzo acustico in atmosfera crepuscolare e malinconica. La chiusura è poi affidata a “Silent Land”, con un bellissimo e coinvolgente giro di chitarra e un andamento di toccante solennità, che conclude questo disco strano nel suo essere così discontinuo ed eterogeneo, ma che sa raggiungere, qua e là, risultati di grande valore.  

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