White Lies: Friends

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friendsComincia a venir meno la speranza che i White Lies di Harry McVeigh ritrovino la retta via: anche questo nuovo album, Friends, mentre si allontana sempre più dalle suggestive sonorità postpunk degli esordi, ha imboccato con decisione la direzione di un pop elettronico piacevole in qualche punto ma per lo più di scarso interesse, con il cupo basso wave  che spesso si ritrova a scandire riff di tastiera allegrotti e danzerecci, ma anche molto insulsi, in sostanza ben lontani dalle melodie oniriche e ‘luminose’ dei ‘sacri’ Simple Minds. Diciamo la verità: dei dieci brani che compongono Friends, pochi si salvano mentre nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di ‘canzonette’  destinate non si sa bene a quale tipo di pubblico; se questi sono i frutti del moderno postpunk revival siamo messi proprio male. Si inizia con uno dei singoli, “Take It Out On Me”, esempio calzante di ciò che si è detto: per quanto il refrain sia uno dei meno anonimi, l’originalità ‘latita’ e, in particolare, il suono del synth, più che ‘vintage’, appare totalmente ‘insipido’, un po’ come quello di una pianola dei bambini; considerato anche il contenuto pseudoromantico dei testi, l’effetto generale è alquanto spiacevole. La seguente “Morning in LA” non è che un motivetto pop, come del resto anche la terza “Hold Back Your Love”, in cui l’arrangiamento elettronico è denso e ‘imbarocchito’ da suoni sdolcinati quasi intollerabili; per fortuna, poi, “Don’t Want To Feel It All” risolleva un minimo il livello rientrando nei canoni di un decoroso omaggio agli anni ’80 con una melodia gradevole. Da qui, risulta difficile indicare quali siano le tracce meritevoli di ascolto: forse “Swing” emerge dalla dilagante banalità con una tessitura ‘sintetica’ finalmente suggestiva che ben si sposa con la ritmica moderata e la voce di Harry McVeigh, dai toni malinconici e meditativi. Ma già la successiva “Come On” ci riporta alla triste realtà di un malriuscito pezzo per adolescenti leziosi e si arriva stancamente alla conclusiva “Don’t Fall” – che in verità esordisce con sonorità più cupe e si avvale di un basso notevole che tuttavia contrasta  con l’inutilità del resto –  con la sensazione di una parabola troppo breve malamente finita dopo averci un po’ illuso all’inizio.

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1 comment

  1. Vladimilian 11 novembre, 2016 at 13:33

    Ho acquistato il cd e la recensione di ver sacrum mi sembra troppo severa. I brani non sono cupi, è vero, ma sono tutti quanti di alto livello e si avverte, sempre in un ambito pop, quella sottile malinconia tipica della più valida new wave (anche commerciale, perché no?) anni ’80.

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