Covenant: The Blinding Dark

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Ho trovato tutto sommato godibile l’ultimo lavoro dei Covenant The Blinding Dark. Band dalla reputazione ormai consolidata, fedeli alla loro ispirazione senza tuttavia ripetersi, i Covenant sono talmente padroni dei loro mezzi e consapevoli delle proprie potenzialità da sfornare spontaneamente le soluzioni che a loro riescono meglio, intuendo anche ciò che i loro fans si aspettano. In questo caso, comunque, le undici tracce del disco appaiono all’insegna dell’eclettismo, poiché ‘giocano’ abilmente con l’utilizzo di registri diversi, anche insoliti per il loro stile. L’intro ‘Fulwell’ già si presenta come una rapida incursione in un’area vicina all’ambient, inusuale quanto inquietante: dura solo un paio di minuti ma fa comprendere che i nostri stanno esplorando forme nuove. Subito dopo, “I Close My Eyes” si attiene, invece, a canoni già conosciuti, con gradevoli tratti synth-pop anche adatti al dancefloor: niente di straordinario ma la classe si apprezza sempre. La seguente “Morning Star” è sicuramente una piacevole sorpresa: i suoni si fanno tesi e oscuri, l’atmosfera densa e inquieta, ‘costruita’ su un’ossatura ritmica consistente e la bella voce di Eskil Simonsson fa il resto. Anche “Cold Reading” procede in direzione analoga ma intensifica il ritmo, deviando in uno scenario dalle tinte ‘electro’ vagamente opprimente. Poi, bypassata la meno riuscita “‘Rider On A White Horse”, cover di un brano country del 1977 di Lee Hazlewood, di cui qui viene fornita una versione in forma di duetto lento e un po’ ‘lagnoso’, troviamo il primo dei due ‘Interludi’ che hanno sconcertato i fans abituali del gruppo e la critica: come per la prima traccia, una breve ‘sortita’ in territori ambient, freddi e cupi, nei quali il mood ‘danzereccio’ si è del tutto dileguato. Molto bella, a mio avviso, la successiva “Dies Irae”, che conserva, seppur alleggerendola, la formula ‘atmosferica’, utilizzando una base elettronica più ricca e variegata in abbinamento ad una parte vocale assolutamente accattivante e comunque mantenendo uno stile un po’ mesto. A questo punto, “Sound Mirrors”, uscita anche come singolo, sembra avere lo scopo di reintrodurre sonorità orecchiabili in un brano che di certo funzionerà a dovere nei live. Ma l’album non è ancora finito, per cui, dopo l’interludio strumentale, occorre menzionare sia “If I Give My Soul”, obiettivamente un bel pezzo elettronico dall’andamento dinamico, sia la conclusiva “Summon Your Spirit”, che chiude con un inedito ma affascinante piglio tribale ed un paesaggio fortemente inquietante un disco valido, che attesta vitalità e voglia di sperimentare.

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