“È solo la fine del mondo” di Xavier Dolan: parenti serpenti

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È solo la fine del mondo (Juste la fin du monde), l’ultimo lavoro di Xavier Dolan, è uno di quei film che fanno male, perché costringe a riflettere su situazioni dolorose di cui molti di noi hanno fatto l’esperienza direttamente e quindi vi si possono ritrovare, se non ‘in toto’, almeno per alcuni aspetti. Spostando lo sguardo dal rapporto madre/figlio, finora centrale nei suoi film, alla famiglia in genere, il giovane regista appunta l’attenzione ad un ambito più esteso, la famiglia, appunto, che viene qui ritratta come un agglomerato di persone in difficoltà, che non sanno interagire correttamente fra loro, non riescono a capirsi, ad essere solidali e, forse, neanche a volersi bene. Ispirandosi ad una controversa pièce teatrale il cui autore, Jean-Luc Lagarce, è prematuramente deceduto per AIDS cinque anni dopo averla scritta, Dolan ha ideato una storia semplice e toccante, nella quale mette a nudo i meccanismi complessi che regolano i rapporti familiari e, talvolta, li rendono intollerabili. Per rappresentare tale storia, si è servito del ‘gotha’ del cinema francese del momento – Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Vincent Cassel, Marion Cotillard e Léa Seydoux – e l’ha diretto con la capacità di un regista consumato, utilizzando al meglio le caratteristiche di ciascuno: in sostanza, ogni attore ha reso assolutamente indimenticabile il suo personaggio, quasi ‘gareggiando’ con gli altri nelle scene collettive o nei serrati dialoghi che sono il nucleo della pellicola. Stupefacente che, a realizzare il tutto, sia stato un enfant prodige ventisettenne, ma di Dolan si è già detto così tanto che, in quest’occasione, non pare necessario aggiungere altro.

Louis torna dalla famiglia dopo dodici anni di lontananza, durante i quali è divenuto un famoso drammaturgo; la sorella più piccola, Suzanne (Seydoux), è cresciuta inquieta e insoddisfatta, il fratello maggiore Antoine (Cassel) ha accumulato in sé rabbia e risentimento, ma in compenso si è sposato con Catherine (Cotillard) – i due hanno due figli che non incontriamo –  e su tutti quanti vigila con ‘forza’ e carisma la madre Martine (Baye). L’apparizione di Louis ha una ragione: rivelare ai congiunti di essere affetto da una grave malattia – ma a noi non viene detto quale! – che non può essere curata e presto lo condurrà alla morte. Ci si potrebbe aspettare che questa notizia sia al centro della storia e che venga appresa subito, all’arrivo del personaggio; in realtà non è ciò che accade e, nonostante Louis sia palesemente sofferente, egli si ritroverà al centro di una situazione incandescente, conteso dall’amore/odio dei suoi cari e da loro spesso attaccato verbalmente, che gli farà comprendere quanto la sua assenza ed il suo disinteresse abbiano pesato sugli altri, come l’esistenza dei congiunti sia stata problematica e non vi sia, oggi, alcuna possibilità di recuperare delle relazioni significative in un gruppo di persone che, spesso, appare più che altro costretto a essere ‘gruppo’ senza che vi sia una coerente base affettiva ad amalgamarlo.

I protagonisti rimangono nell’abitazione per la maggior parte del tempo: È solo la fine del mondo, infatti, partendo da un testo teatrale, in un certo senso ne mantiene l’impostazione. E’ un film di parole che vengono fuori come un fiume in piena, dialoghi che si svolgono fra i familiari, in coppia oppure in momenti comuni e riempiono lo spazio di sentimenti generalmente negativi tanto che, in qualche passo, è terribilmente faticoso seguirli senza distrarsi: Antoine è talmente sopraffatto dal complesso di inferiorità da non riuscire più a comunicare con nessuno se non in forma aggressiva e sferzante e sua moglie subisce indifesa il suo atteggiamento senza mai arrivare ad esprimersi compiutamente, anzi, il disturbo di balbuzie di cui soffre ne fa una piccola figura triste e  patetica e le impedisce di mostrare la sensibilità e l’intelligenza di cui è dotata; Suzanne, la sorella, è diventata una giovane donna nevrotica che si sente totalmente incompresa e, nonostante sia consapevole della propria situazione, non sa risolversi a prendere una decisione drastica, mentre la madre – altra elemento molto tormentato ma di grande polso, come spesso le madri nei film di Dolan – pur rendendosi conto della complessità dei caratteri, finisce con il ‘dilagare’ con la sua personalità caparbia e volitiva, risultando di scarso aiuto per i figli.

È solo la fine del mondo gronda malessere fino all’ultimo minuto e rimane ‘irrisolto’ come è giusto che sia. Louis non resta in seno a quella famiglia che dodici anni prima, certo non immotivatamente, aveva lasciato: il chiarimento con i parenti non avviene e ciascuno continua a custodire in sé la propria infelicità. Qui manca quella pur minima scintilla positiva che in Mommy era rappresentata dal profondo legame fra madre e figlio e partire sembra l’unica soluzione anche se – si sa – partire è un po’ morire. 

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