Klimt 1918: Sentimentale Jugend

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Un gruppo indi(e)pendente italiano che pubblica un doppio ciddì. Ma per i Klimt 1918, dopo titoli importanti come “Undressed momento”, “Dopoguerra” e “Just in case we’ll never meet again”, la sfida è legittima, senza chiamare in causa la vanità. Venti brani che sviluppano una serie di geniali intuizioni melodiche che per altri costituirebbero una riserva dalla quale attingere per tutta la carriera, e ne avanzerebbero di certo, che finalizzano diciassette anni di attività ed una serie di dischi di grande spessore, improntati sulla ricerca di sonorità raffinate, che però risultano accessibili anche a chi non le frequenta abitualmente, segno di grande intelligenza e misura. Il conoscere i propri limiti, studiarli mettendo a frutto l’esperienza, superarli e giungere infine a questi mirabili risultati, che si concretizzano in una serie di canzoni che, pur dotate di una struttura definita e non banale, si fanno apprezzare per la loro fruibilità. Sì, perché suonano pop, ma alla maniera dei loro compositori. Vi sorprenderanno nel loro scorrere fluide, le asperità sono state smussate con un certosino lavoro di rifinitura, eppure la genesi e la lavorazione non sono state semplici, a leggere le note che le accompagnano. Fatica, stanchezza, paura, ma la tenacia ha vinto le difficoltà, le ha piegate alla sua ragione, ed anche questo è Sentimentale Jugend, opera corale che spazza via la polvere e le angustie, figlia del nostro Tempo, riflesso lontano di un passato nemmeno tanto remoto.

Un disco doppio, adunque. Oggi che in tale cimento non si gettano nemmeno i chart-busters. Ma proprio quando tutto pare finire, in un tramonto di fuoco (fatuo) e di poca gloria, ecco che gli animi audaci escono dalle trincee, e si gettano in avanti con ardimentosa passione. Le piccole label che si impossessano delle vastità che le major non riescono, né sanno, più gestire. Quando Genserico condusse le sue orde nel cuore di Roma, il tessuto dell’Impero era già stato roso al suo interno dai vermi. Così la commendevole Prophecy, il fatturato della quale presumo sia infinitesimale rispetto ad una delle (quattro, cinque?) gigantesche multinazionali rimaste a spolparsi il Kanye West di turno (che non è nemmeno il peggiore della specie), può permettersi simile operazione, lei tedesca che da anni sostiene questi quattro romani. Ma anche Flavio Ezio era di origine gotica (o scita?), o no?

E di coraggio i Klimt 1918 ne possiedono, tanto che il via a Sentimentale è affidato alla lunga (sfiora gli otto minuti) “Montecristo”, un’ascesa inarrestabile verso vette di lirismo sublime, la ascoltavo in cuffia, percorrendo le vie del mio paesino, nove serali circa di una giornata di fine novembre umida di pioggia, caduta abbondantemente per tutta la sua durata: il desiderio d’uscire, eppoi partono le note… Avevo letto le note informative, mi era rimasto impresso nella memoria quel riferimento reiterato alla Berlino Ovest dei settanta, la città divisa dal muro; citavano Cristiane F., gli Einsturzende Neubauten (e qui cari lettori vi invito ad effettuare ricerche per vostro conto, il cerchio si chiuderà da solo), ed allora quel clima, i lampioni che creavano coni di luce tremola che pareva sporca, cadendo letteralmente sull’asfalto nero ingombro a tratti di fanghiglia sottile e di foglie ingiallite, mi hanno costretto a fermarmi un attimo, ad osservare quella scena, a respirare quell’aria satura di umidità, ed anch’io, suggestionato, ho pensato a qualche metropoli del Nord… “La notte”, un lampo, le chitarre di Robin Guthrie che si sperdono nel buio, ed avanza un tema perfettamente compenetrato da un testo mirabile. Parole che non vengono spese a caso, moneta per volgare baratto, ma che invece sono tessere vive e pulsanti di un corpo melodico ricchissimo; “Take my breath away”, platinata canzone composta da Giorgio Moroder per la colonna sonora di “Top gun”, è un altro esempio di come i Klimt 1918 sanno impossessarsi di un classico della pop-music e di… masticarlo (cito ancora l’info-sheet) fino ad appropriarsi di tutte le sue fibre; immaginiamo il produttore affidare il pezzo, in vece che ai Berlin, agli Human League (non voglio scomodare gli Ultravox di “Vienna”), ecco che il senso di questa versione ci sarà immediatamente chiaro. Poi è chiaro che ognuno di noi interpreta assecondando il proprio spirito, ma cotanta Bellezza non la si può non notare. Col rischio di rimanere abbagliati, e di arrestarsi lì, sazi e soddisfatti. Errore, perché “Sentimentale” e l’intensa “Gaza youth” seguono di poco.

Cosa resta dopo aver ascoltato Sentimentale Jugend? Un senso di stordimento, forse. Ascese repentine ed altrettanto veloci discese, virate improvvise, ma guidati sempre da una voce che ci indica sicura il cammino da percorrere. Furia chitarristica che si sfila per lasciar spazio a porzioni più meditate, ove la quiete è solo apparente, perché sotto brucia l’urgenza di esprimere a tutti le proprie emozioni, dopo anni di duro lavoro, di ostacoli che si frapponevano lungo il percorso creativo e che venivano abbattuti uno ad uno, per poi incontrarne altri… Le ferite si cicatrizzano, ed osservare quei grumi di sangue che rigano la pelle non ci farà più provare dolore, perché è stato interiorizzato, purificato dal fumo delle pire votive erette con il legno sacro, le cui fiamme vengono alimentate dal gesto solenne del celebrante. George Harrison seduto all’interno del Tempio intento a meditare su quell’esile filo che è la nostra Vita, poi aprite una porta, e nella stanza accanto qualcuno fa partire un pezzo dei Then Jericho. Sentimentale Jugend è la summa degli ascolti di tutti noi, nati in un’era che pare così lontana, eppure era ieri. Noi che abbiamo allenato l’udito e sviluppato il piacere della ricerca, noi che ci siamo scambiati nastri registrati magari malissimo, ma con quelle melodie siamo cresciuti riconoscendone l’intimo valore. E non è solo maledetta “Nostalghia”, no, sarebbe fin troppo facile chiamarla in causa, non centra nulla (o poco…). E’ il presente, e resisterà (per il tempo che l’ingrata modernità gli concederà), siatene certi. Strapperà forse anche un lembo di futuro, perché forgiato in una fucina dove la forma è sì importante, ma dove conta sopra tutto il Sentimento. L’emozione che proverete, ascoltando Sentimentale Jugend, vi accompagnerà a lungo. Di certo esisterà un dopo, con questo doppio corposo disco dovrete confrontarvi, e tener debito conto del suo valore.

I Klimt 1918 pongono così il loro sigillo al 2016 che sta tramontando. Un finale epico di un anno strano, ma anche Sentimentale Jugend lo è. O meglio, di certo non è una opera normale, di questi tempi. Ed il crescendo di “Stupenda e misera città”, parole di Pier Paolo Pasolini (da “Il pianto della scavatrice”) musiche di Francesco Conte, recitato di Max Alto, saturano con la loro immane forza espressiva la stanza, rimbombando fra le pareti, ed io rimango lì, il mento sostenuto dalle mani intrecciate, ad osservare due figure assopite sul divano, la testa dell’una appoggiata sulla spalla dell’altra, e non m’accorgo nemmeno che la canzone è finita, ed il sipario del silenzio è già calato…

Appunti e note sparsi (dalla mia agenda, che quindi conserverò).
Da “Secession makes post-modern music” i Klimt 1918 hanno tenacemente tracciato un percorso obliquo finalizzato alla ricerca della formula pop definitiva. Sì, perché di pop in fondo si tratta, anche se viene interpretato a modo loro. Il che appunto non vuol dire che viene messo sul banchetto per essere svenduto al primo che capita a tiro, nel caso di Sentimentale Jugend si può invece tranquillamente affermare che il margine di sperimentazione, assai ampio, consente ad ogni singola canzone di assumere connotati ben definiti, anche come accessibilità. Eppure tante sono le influenze che traspaiono (più o meno evidenti) dall’ascolto di queste diciannove (venti con la bonus) canzoni, celate sotto strati ispessi di puro talento; rielaborate, smontate pezzetto dopo pezzetto eppoi assemblate in un caleidoscopio di suoni, ma anche di rumore, quello sporco, maledetto rumore al quale però non siamo abituati, perché anche l’apparente difetto rende grande una composizione, è rock’n’roll, vivaIddio! Limatura di ferro soffiata fra ingranaggi in perpetuo movimento, i quali non si inceppano, semplicemente rallentano il loro moto. Ecco, un mio consiglio, per compenetrare il disco in tutte le sue derive, Sentimentale Jugend impone qualche piccola pausa. Fermatevi e poi riprendete l’ascolto, magari tornate pure indietro, riavvolgete il nastro dell’emozione, vi farà bene. Gli Slowdive che suonano su Marte, un turbinìo travolgente di trepidazione che accelererà i battiti del cuore, la batteria che guida “Sant’Angelo” e “Juvenile” (siamo sul satellite Jugend), tra Snake Corps e Modern English e… chissà chi, l’impulso irrefrenabile di salire in alto, esplorare gli interstizi più remoti degli abissi interstellari evocati dal dream-pop finissimo di “Ciudad Lineal”, quel senso di appagamento estatico dell’ascolto, del letterale assorbimento di una melodia celestiale, che ci fa sentire umani, fragili come lo stelo piegato dal vento che trattiene a sé i petali, in una lotta impari coll’elemento soverchiante. Riparti da “Montecristo”, e t’imbatti in una nota prima nascosta chissà dove. E sarà così per tutto Sentimentale Jugend, ogni benedetta volta che lo riascolterete. E vi interrogherete sui perché di una operazione così estesa, difficile, stupefacente, che lievita fino ad occupare tutto lo spazio attorno. E ne vorrete ancora, e di più, un’altra “Comandante”, un’altra “La notte”, un’altra “Fracture”, fino a “Lycans”, che mica è una semplice aggiunta, e non basteranno ancora.

Per informazioni: http://en.prophecy.de
Web: http://www.klimt1918.com
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