“Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali” di Tim Burton: quella magia che non basta…

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Non passerà per una delle opere più riuscite di Tim Burton >Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali, adattamento cinematografico del romanzo di Ransom RiggsLa casa per bambini speciali di Miss Peregrine, uscito nel 2011. Eppure, dopo il ‘divertissement’ rappresentato da Big Eyes, gli ‘ingredienti’ che ci hanno reso caro il grande regista americano e che sono un po’ il suo marchio di fabbrica ci sono tutti: la vicenda fantastica che, benché non sia ‘farina’ del suo sacco, sembra adattissima alla sua sensibilità, le atmosfere ‘tenebrose’ e inquietanti e l’estetica ‘gotica’ e raffinata; inoltre, non è un caso che la scelta per l’interprete del personaggio femminile più importante sia caduta su Eva Green che, al momento, sembra abbia assunto il ruolo di attrice ‘feticcio’ al posto di Johnny Depp e, con il fascino enigmatico – i suoi occhi di infinita grandezza bucano letteralmente lo schermo! –  conferisce un alone di sensuale mistero a qualunque scena giri. Tuttavia Miss Peregrine finisce con l’essere un ibrido fra la storia per ragazzi, il romanzo di formazione e, appunto, l’avventura un po’ ‘horrorifica’ e, nonostante l’ispirazione che ne è alla base sia così ricca, la pellicola non soddisfa fino in fondo.

Il libro di Riggs che, a quanto si è sentito, ha avuto un successo notevole tanto da essere entrato, a suo tempo, nella lista dei best seller del New York Times, è talmente affine allo stile di Burton da far pensare che sia ne sia stato considerevolmente influenzato. Troppo tipico l’adolescente disadattato e incompreso come protagonista, decisamente inconfondibili anche l’aspetto ‘gotico’ dell’oscuro edificio dove vive la comunità degli strani ospiti o gli stessi bambini ‘speciali’ che Miss Peregrine dirige con dolcezza, nonostante la sua apparenza davvero insolita. L’universo di Burton è tutto lì, fin dalle primissime scene in cui prendiamo rapidamente atto delle difficoltà di Jake a socializzare e del suo legame singolare con il nonno Abraham, di famiglia ebrea-polacca: quest’ultimo, prima di essere brutalmente assassinato, gli fornisce una serie di indicazioni su come raggiungere la casa di Miss Peregrine, ove da piccolo ha trovato scampo dalle persecuzioni naziste, stimolando la fantasia del nipote. La morte inattesa e incomprensibile del nonno ha lasciato aperti molti interrogativi e il ragazzo non vuole rassegnarsi ad essa senza averli chiariti. Per questa ragione, insieme all’ignaro padre, intraprende il viaggio verso l’isola gallese di Cairnholm – località di fantasia: la vicenda è stata in realtà girata presso il Kasteel Torenhof di Brasschaat, a nord di Anversa, in Belgio – con la speranza di verificare di persona le informazioni che il nonno gli ha dato e, possibilmente, capire i motivi della sua morte.

I momenti più coinvolgenti e suggestivi del film sono tutti concentrati nella prima ora, nella quale sono descritte le esperienze di Jake a Cairnholm, in compagnia dei bambini dai talenti speciali che Miss Peregrine accudisce perché sono rimasti soli. Lei stessa portatrice di un particolare dono magico, grazie al quale ha assicurato, fra l’altro, l’esistenza ‘eterna’ ai suoi bambini, evitando loro di soccombere ad una misera fine, la fulgida tutrice ha radunato intorno a sé il fior fiore della diversità in stile ‘X-Men’: c’è chi è invisibile e chi può volare, qualcuno sa dar fuoco agli oggetti oppure sollevare pesi incredibili; in questo stimolante ambiente, lo stesso protagonista scopre di aver ereditato dal nonno una caratteristica che lo rende degno di far parte dell’originale consesso. La geniale fantasia del regista ha qui sicuramente dato il meglio, rappresentando un incantevole mondo ‘parallelo’ dove l’anomalia è ‘normale’, la difformità un pregio e la singolarità un valore da coltivare; in un contesto del genere anche le problematiche caratteriali di Jake possono trovare risoluzione ed essere superate. L’aspetto scenografico, curatissimo, come sempre, da Burton, presenta momenti estremamente riusciti, con la cupissima ma bellissima costruzione costantemente sullo sfondo: le creature innocenti che lì vivono, appaiono comunque libere di esprimersi  – ognuna con la propria peculiarità! – per come realmente sono, un po’ come accadeva in Edward Mani di Forbice che, giustamente, alcuni critici hanno considerato un riferimento non insignificante. L’evoluzione della vicenda prevede tuttavia, come è logico, l’intervento di una stirpe di ‘cattivi’, i famigerati ‘hollows’: gli orribili esseri sono una grave minaccia per i bambini in quanto, per ragioni di sopravvivenza, devono nutrirsi dei loro occhi e, naturalmente, non si può immaginare perdita più incolmabile e spaventosa. Dal punto in cui il conflitto diviene palese, la regia perde vistosamente colpi, quasi non potesse gestire situazioni, per così dire, ‘ordinarie’ come omicidi, inseguimenti e altre circostanze che personaggi assai meno ‘artisti’ di Tim Burton hanno saputo rendere in modo più interessante. La trama si infittisce fino a divenire disperatamente confusa e scene già viste centinaia di volte nei film, come per esempio il combattimento apocalittico al parco giochi, mancano totalmente di quella ‘scintilla’ grazie alla quale il nostro ha reso indimenticabili tante sue opere, ricadendo nella banalità. Triste ammetterlo, se si parla di un regista che ha letteralmente ‘istituito’ un genere dando moltissimo al cinema e al mondo dell’arte in generale. Meglio sarebbe stato, qui, concedere più spazio ai bambini e al loro essere ‘speciali’, spiegando, mediante lo strumento della poesia, di cui Tim Burton è padrone da sempre, la necessità e l’importanza della diversità a quei pochi che, pur conoscendo le sue pellicole precedenti, non le avessero ancora capite.

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