Tuxedomoon, Firenze 30/11/2016

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Steven Brown. Foto di Mircalla

Steven Brown. Foto di Mircalla

Per una di quelle fortunate congiunture astrali, i mitici Tuxedomoon stanno compiendo in questo periodo il lungo Half Mute Anniversary Tour – in memoria del loro ‘compagno’ Bruce Geduldig, da poco mancato – e a Firenze ricorrono quest’anno il quarantesimo anniversario di Controradio ed il trentacinquesimo del Tenax, lo storico locale che tanto ha significato per la diffusione della musica new wave negli anni ’80 e prediletto punto di aggregazione per intere generazioni di amanti di quelle sonorità che non si decidono a passare di moda: l’abbinamento – Tenax/Tuxedomoon – richiama un altro indimenticabile evento che risale al 25 marzo 1982…e quello di cui parliamo, il concerto di Tuxedomoon al Tenax di Firenze svoltosi lo scorso 30 novembre, per usare un termine sfruttato, era impossibile da perdere, anche e soprattutto per chi, nel 1982, era presente.
Su Half Mute c’é poco che si possa dire senza rischiare di finire nell’ovvietà… E’ una pietra miliare? E’ un pezzo di storia della musica? Per molti significa semplicemente il ricordo di esperienze e momenti bellissimi e diversi, emozioni vissute da una massa di giovani in fuga dai clichè verso un mondo di suoni e di visioni inedite, inebrianti ma anche oscure, incredibili e strane. Eleganti, colti, dall’attitudine vagamente aristocratica i Tuxedomoon ci hanno conquistato con il genio e la simpatia, l’intelligenza e la cordialità. La loro musica, cui è stato, a volte, rimproverato un eccessivo cerebralismo, non ha lasciato inesplorato alcun territorio, introducendo violini, trombe, sassofoni e tanto altro, per sdoganarli e liberarli dai generi in cui erano relegati; la band li ha quindi utilizzati come non era stato mai fatto: gettare ponti fra il passato e il presente, fra il classico e il moderno, fra il sacro ed il profano. Erano scelte non destinate all’apprezzamento di un pubblico da stadio ma che, negli anni ’80, hanno trovato terreno fertile ed hanno fatto breccia nell’anima di tanti, suscitando un affetto ed una fedeltà di cui possono vantarsi, oggi, pochissimi altri musicisti: la parola d’ordine è ‘semplicità’ e se ognuno di costoro ‘maneggia’ da Dio qualunque strumento gli mettano in mano e dimostra di saper suonare – e comporre! – i ritmi più svariati in qualsiasi stile, mescolando e creando le combinazioni più insolite, ammettiamolo! Con la loro tipica cortesia da gentlemen, gli americani Tuxedomoon hanno ‘sfornato’ una serie di capolavori che sono rimasti unici e inimitabili. Half Mute, che riascoltiamo oggi con la stessa meraviglia di quando uscì, è fatto proprio di questa ‘stoffa’ e, in futuro, potrebbe essere collocato – non sono la sola a pensarlo! – fra i classici di tutti i tempi, senza una definizione di genere, ma esclusivamente per il suo valore di bellezza e di originalità che non potranno tramontare.

Blaine L.Reininger. Foto di Mircalla

Blaine L.Reininger. Foto di Mircalla

Per tornare alla serata celebrativa, quanto si è scritto finora può far comprendere quale fosse, per l’occasione, lo stato d’animo entusiasta con il quale i quattro erano attesi da un folto pubblico. Molti capelli bianchi si facevano notare, ad attestare che, nonostante gli anni trascorsi, i fan ‘tradizionali’ della band non erano venuti meno ed erano accorsi all’appuntamento. Poco dopo le 22, infine, i signori Steven Brown, Blaine L. Reininger, Peter Principle e Luc Van Lieshout, coadiuvati da David Haneke in luogo del compianto Geduldig – presente però ‘in spiritu’ per la dedica sullo schermo alle spalle dei musicisti – sono apparsi sul palco e la festa è cominciata. Il gruppo ha eseguito in ordine tutti quanti i brani di Half Mute, a partire da “Nazca”, passando attraverso “Tritone” – qui, come in molti altri momenti, l’esperienza di ascoltare Blaine al violino è di quelle da consigliare senza riserve! – “What Use?” e “7 Years”: forma impeccabile, la parte vocale suddivisa fra le tonalità più ‘gravi’ di Steven e quelle più aperte e vibranti di Blaine, tutto con una perfezione tecnica invidiabile che, in ogni caso, nulla ha tolto al calore e alla passione. In sostanza, non si è visto un ‘half-mute-reloaded’: i Tuxedomoon hanno fatto una scelta di globale fedeltà al passato, preferendo mantenere integro il fascino di un’opera che mai avrebbe avuto bisogno di correzioni o modernizzazioni, in quanto risulta nuova e attuale ancora adesso. Questo non implica che la loro esecuzione fosse una mera ripetizione meccanica: le libere modalità espressive, da sempre una caratteristica della band, hanno consentito all’estro dei singoli di manifestarsi – Blaine alla chitarra, al violino e alla tastiera, Steven alla tastiera e al sax, Luc alla tromba, coordinati al basso ‘granitico’ di Peter – traendo ispirazione dall’esperienza e dalla soddisfazione di suonare insieme oltre che, forse, dall’entusiasmo del pubblico che, in effetti, non ha mancato di farsi sentire.
Dopo Half Mute i Tuxedomoon ci hanno regalato una selezione di altri loro brani, la maggior parte ben conosciuti ai presenti, che hanno offerto ulteriori momenti di autentica esaltazione: personalmente ho adorato “Time to Lose” – qui insuperabile la voce di Blaine! – che uscì come singolo un tot di anni fa, ma anche “East- Jinx”, oppure le più recenti “Baron Brown” e “Muchos colores” sono state decisamente apprezzate. Poche volte un gruppo ha saputo dispensare in uno show tanta felicità ed emozione e non credo che, per concludere, si possa aggiungere altro, se non il ringraziamento per la generosità e – ancora – la semplicità con la quale si sono concessi a noi tutti.

Tuxedomoon. Foto di Mrs.Lovett

Tuxedomoon. Foto di Mrs.Lovett

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