Dmitri Glukhovsky – Metro 2033, Metro 2034 e Metro 2035

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La saga scritta da Dmitri Glukhovsky è giunta, nel 2016, al suo terzo capitolo e mi sembra l’occasione propizia per parlarne finalmente sulle pagine di Ver Sacrum. Il motivo per cui non ne ho parlato prima è principalmente legato al fatto che ho letto i primi due capitoli decisamente tardi rispetto alla loro pubblicazione e mi sembrava poco sensato parlarne ormai fuori tempo massimo. Data questa premessa, ritengo che sia il caso di disquisire un po’ sui primi due capitoli prima di parlare di quello uscito nel 2016; in chiusura, giusto due parole sul fenomeno che è nato dopo la pubblicazione di Metro 2033.

Innanzitutto va descritto l’ambiente in cui si svolge l’azione: nell’anno 2033 a Mosca o, meglio, quasi esclusivamente sotto la città, lungo le gallerie della sua (un tempo) splendida metropolitana. La superficie è infatti ormai impraticabile, la città massacrata dai bombardamenti di una guerra, avvenuta una ventina di anni prima, in cui si è fatto uso di ordigni di ogni tipo (nucleari per certo, tant’è che il mondo esterno è fortemente radioattivo, ma sicuramente anche chimici e biologici); il poco che rimane dell’umanità così come la immaginiamo oggi vive perciò rintanato nelle fermate della metro, organizzandosi come può, vivendo di quel poco che può crescere nel buio (in pratica la base alimentare sono i funghi). Pochissimi sono i personaggi, noti come “Stalker” e circondati da un’aura quasi eroica, che osano avventurarsi all’esterno, sia a causa delle radiazioni, da cui ci si protegge con opportune misure di sicurezza, sia a causa degli esseri che popolano la superficie, evolutisi rapidamente a causa delle radiazioni stesse e, in genere, mortalmente pericolosi.

In una delle stazioni periferiche (la VDNKh) vive il protagonista di Metro 2033, un ragazzo di nome Artyom, nato in superficie ma costretto a vivere nel buio della Metro fin da piccolissimo e rimasto orfano in quanto la madre è stata divorata, mentre cercava di fuggire, da un’invasione di ratti dai quali invece lui è stato salvato quasi miracolosamente. Questa stazione sembra essere costantemente sottoposta agli attacchi di una razza (probabilmente evolutasi da quella umana rimasta in superficie) a cui ci si riferisce come “i Tetri”; Artyom si sente responsabile di queste aggressioni, perché da bambino, nella curiosità di vedere il mondo esterno, era uscito qualche attimo insieme a due suoi amici, per poi rientrare precipitosamente e in preda al terrore, dimenticandosi nella fuga di chiudere le porte ermetiche che separavano la fermata dal mondo esterno. Perciò, quando si presenta in stazione uno stalker di nome Hunter che vuole trovare una soluzione definitiva al problema dei Tetri, non può non farsi coinvolgere nella ricerca, che lo porterà a fare un notevole periplo della grande metropolitana, nella quale si è ormai creata una vera e propria nuova società; la moneta di scambio è costituita dalle cartucce dei kalashnikov, e alcune stazioni si sono costituite in veri e propri mini stati: c’è l’Hansa, costituita da tutte le stazioni della ex linea circolare e da alcune stazioni limitrofe, che sembra ispirarsi fortemente ai principi delle leggi di mercato; la Linea Rossa in cui si è ristabilito il socialismo reale; il Quarto Reich, ideale prosecuzione del terzo ma adattato alla realtà russa anziché a quella tedesca; la Polis, una sorta di mondo apparentemente ideale in cui conoscenza e cultura sembrerebbero essere al centro di tutto. Ci sono inoltre numerose stazioni indipendenti, tra cui la VDNKh, ma anche stazioni occupate dalla criminalità organizzata e stazioni in cui è meglio non andare perché rischiose da un punto di vista biologico o in cui si rischia di impazzire. Nel suo itinerario Artyom, spesso cambiando anche compagno di viaggio, attraversa un po’ tutti questi ambienti e non solo: trova anche l’ingresso per la Metro-2, una linea segreta (che qualcuno ritiene essere realmente esistente) ad uso dei vertici politici russi che sarebbe scavata più in profondità rispetto alla normale metropolitana e condurrebbe a rifugi antiatomici sotto gli Urali. Non mi spingo oltre nel racconto della trama, per non rovinare la lettura a chi fosse incuriosito, se non per dire che il finale è a suo modo uno sconvolgimento di tutto ciò che era stato fino a quel momento descritto. Il libro è molto corposo (quasi 800 pagine) e presenta alcuni aspetti decisamente interessanti (in primis l’ambientazione, fantastica per uno che, come me, è da sempre frequentatore dell’area grigia e allo stesso tempo si è innamorato della Metro di Mosca quando ci è stato) ma, per altri versi, mostra qualche elemento che lascia perplessi: a mio parere, vent’anni sono troppo pochi sia per la creazione di realtà pseudostatali così radicalizzate sia per l’evoluzione di razze nuove, pur con l’”aiuto esterno” della radioattività e delle armi biologiche. L’azione è a volte piuttosto confusa, a scapito della leggibilità: il lettore non tende a rimanere incollato alle pagine come potrebbe e dovrebbe; infine, ho l’impressione (che non potrò mai confermare non conoscendo il russo) che anche traduzione ed editing in molti casi non siano stati esattamente impeccabili. Nel complesso si tratta di una lettura che tutto sommato mi era piaciuta malgrado secondo me avesse qualche falla di troppo.

Il secondo capitolo si svolge un anno dopo il primo e, credo vada detto subito, non è esattamente il seguito del primo: Artyom, più che personaggio, è una comparsa; torna Hunter, quasi irriconoscibile rispetto al precedente romanzo, sia fisicamente (delle cicatrici gli deturpano completamente il volto) sia da un punto di vista psicologico. Gli altri protagonisti sono un anziano abitante della stazione Sevastopolskaya, da tutti chiamato Omero per la sua capacità di raccontare storie, e Sasha, una ragazzina costretta a vivere in esilio insieme a suo padre a causa di una brutta storia e salvata in extremis dai primi due poco dopo essere rimasta orfana. Stavolta la minaccia all’inizio non è chiara ma si va delineando durante lo svolgimento dell’azione, perciò eviterò di anticiparla: fatto sta che, dopo che un paio di spedizioni dalla Sevastopolskaya scompaiono senza lasciare segno, Hunter decide di volerci vedere più chiaro e di partire personalmente in missione, portando con sé (per ragioni che all’inizio non saranno affatto chiare) Omero; costui accetta di buon grado, essendo alla ricerca di qualcosa a cui ispirarsi per scrivere quanto di più simile si possa fare, in questa realtà, ad un racconto epico e immaginando di aver trovato in Hunter il prototipo perfetto dell’eroe. L’azione interessa una zona molto più limitata della metro rispetto al predecessore e si sviluppa più lentamente; la narrazione si fa in qualche modo “sincopata”, e a tratti si fa una certa fatica a seguire i dialoghi e il personaggio di Hunter agisce spesso in maniera incomprensibile. Permangono i dubbi su traduzione ed editing; infine, trattandosi di un secondo capitolo, non si ha l’effetto sorpresa legato all’ambientazione, perciò tutto sommato ho trovato Metro 2034 abbastanza deludente.

È perciò con qualche perplessità che ho approcciato la lettura di Metro 2035, che ho iniziato quasi più per completare l’opera che non aspettandomi qualcosa di realmente interessante: immaginavo che, come spesso capita, ciò che di buono c’era da dire fosse stato già detto nel primo capitolo. Invece, mi preme dirlo subito, mi sono dovuto decisamente ricredere: in questo terzo capitolo Glukhovsky sembra aver cambiato decisamente passo, anche se mi ci è voluto un po’ per rendermene conto. Infatti all’inizio poco sembrava essere cambiato rispetto ai romanzi precedenti; ma, più o meno intorno alla metà del percorso, mi sono ritrovato ad avere grandi difficoltà ad interrompere la lettura (cosa che mai era capitata nei due predecessori) e a rendermi conto del fatto che i temi trattati erano diventati di portata assolutamente più ampia. Anche in questo caso, dovrò stare attento a non rivelare troppo della trama: posso dire per certo che ritorna Artyom come grande protagonista, e lo ritroviamo a vivere una vita per lui deprimente all’interno della “sua” stazione VDNKh, convinto che nel mondo esterno e al di là della città di Mosca ci sia ancora qualche altro sopravvissuto e che quindi esistano le possibilità per poter tornare a vivere fuori dalle gallerie. Perciò decide di intraprendere un nuovo viaggio attraverso la metropolitana per verificare la veridicità della sua idea, di cui è assolutamente convinto. Il viaggio si configura, in questo caso, come un percorso iniziatico che, attraverso un tragitto difficile e non privo di effettivi rischi per la sua vita, lo porterà a rendersi gradualmente conto di qual è la realtà che si cela al di là del velo di Maya costituito dalla vita nella metropolitana di Mosca. Quello che era iniziato come un romanzo post apocalittico, diventa perciò una vera e propria distopia; il racconto può essere letto non solo come romanzo d’azione ma anche come analisi dei comportamenti umani sottoposti a stimoli particolari ed estremi: la reazione, ad esempio, delle persone allo stabilirsi di regimi totalitari; il modo in cui si evolve l’espressione umana (ad esempio quella “artistica”, se di arte si può parlare in una situazione come quella descritta nel romanzo) in queste situazioni (tema storicamente caro ai Laibach); la capacità dell’essere umano di esercitare (da un lato) e di subire (dall’altro) la violenza; l’incapacità delle persone normali di accettare una realtà completamente diversa da quella a cui sono da sempre abituati a credere; e tanto altro ancora. L’autore forza anche il lettore a dover rivedere Metro 2034 sotto una luce totalmente diversa (sembra quasi che si sia reso conto lui stesso che era stato un mezzo passo falso), cambiando totalmente alcuni personaggi (Sasha) mentre altri (Omero) mostrano la loro evoluzione lungo tutto il romanzo. In qualche modo si riesce anche a giustificare la scrittura sincopata, che qui definirei a tratti quasi psichedelica in alcuni momenti di delirio durante lo svolgimento della trama. Perciò questo romanzo si dimostra di gran lunga il più interessante di tutta la serie; purtroppo, quando ho stilato la playlist di fine anno, ero solo alle primissime pagine e non ho potuto inserire questo libro che sicuramente avrebbe meritato di essere citato.

È interessante notare che la pubblicazione di Metro 2033, nel 2002, venne rifiutata da diversi editori in Russia, perciò l’autore si risolse a pubblicarlo su un sito web dal quale poteva essere scaricato gratuitamente; la cosa destò enorme interesse in madrepatria e quest’interesse si evolse rapidamente in una sorta di interattività tra l’autore e i lettori, che portò ad una versione definitiva del romanzo che recepiva anche consigli e suggerimenti da parte dei lettori. Nel 2005 venne finalmente pubblicato in formato cartaceo e, da quel momento, tradotto in decine di lingue. L’ambientazione descritta da Glukhovsky ha rapidamente affascinato, oltre che numerosi lettori, anche molti autori, dapprima in Russia ma ben presto anche all’estero, che hanno iniziato a scrivere romanzi ambientati in quello che è ormai noto come “Metro 2003 Universe”, adattandolo alla realtà di città differenti (a partire da San Pietroburgo); neanche l’Italia è rimasta indenne dal “virus”, grazie ai due romanzi di Tullio Avoledo “Le radici del cielo” e “La crociata dei bambini”.

Dmitri Glukhovsky “Metro 2033” – Multiplayer – 779 pagine – 2010 – Euro 17,90

Dmitri Glukhovsky “Metro 2034” – Multiplayer – 464 pagine – 2016 – Euro 17,90

Dmitri Glukhovsky “Metro 2035” – Multiplayer – 560 pagine – 2016 – Euro 19,90

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