Echo Beds: New Icons of a Vile Faith

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Talvolta i consigli automatici dei servizi di ascolto in streaming ci prendono in pieno. È infatti così che ho scoperto gli Echo Beds, un duo di Denver attivo da qualche anno ma arrivato all’album di esordio – questo New Icons of a Vile Faith – solo nel 2016.
La musica del gruppo mi ha subito colpito, per il suo essere un ideale punto di incontro tra l’industrial più grezzo degli anni ’80, quello in cui le percussioni venivano fabbricate con i resti trovati nelle discariche, e il suono lento e intenso dei primi Swans.
Le nove composizioni dell’album sono costruite per sottrazione di elementi: alla base il drumming rumoroso e violento, ottenuto percuotendo lastre di metallo; c’è poi un basso ultra-distorto, usato più come strumento melodico che ritmico. Il tutto è arricchito con leggeri interventi sintetici, effetti, loop e distorsioni. La voce è un urlo lacerante, che narra per immagini frammenti di vita sospesa, storie di lotte interiori, rabbia, frustrazioni, dolore.
È un album vivo, che è impossibile da ascoltare distrattamente in sottofondo: la sua musica, nonostante le evidenti fonti di ispirazione, non guarda nostalgicamente al passato ma risulta essere invece assolutamente attuale e soprattutto originale. Gli Echo Beds infatti stanno lontani dai classici cliché (industrial) rock: usano pochissimo le chitarre e più che altro per ricavarne feedback; i suoni sono poi sporchi e la costruzione sonora non strizza minimamente l’occhio ai dance floor. È un album intenso, non facile, una musica che ha valore, da assorbire con attenzione ascolto dopo ascolto, non da consumare in velocità.

L’album si apre con la title-track, un brano atmosferico con un testo recitato, che bene introduce al mood complessivo dell’opera. “Seek Safe Haven” arriva subito dopo e conquista dal primissimo ascolto: un pezzo doloroso ma anche trascinante, forse la cosa più vicina ad una hit che la band sia in grado di comporre. Non c’è un cedimento nei nove pezzi di quest’album, due dei quali erano già usciti su un singolo (singolo dove tra l’altro compariva un’eccellente cover di “Double Dare” dei Bauhaus). Si tratta dell’incredibile “Licking Wounds”, il corrispettivo sonoro di un cazzotto nello stomaco e di cui esiste anche un video assai disturbante, e un altro brano atmosferico, “Linear Lives”. In alcuni brani, come “Obvious Signs of Forced Entry” o “X-Ray Vision/Cold Precision” il gruppo usa una palette sonora più complessa e arrangiamenti dal sapore sperimentale: mentre la prima rimane un intermezzo strumentale, la seconda si apre poi con un drumming ossessivo. Ritmiche ancora ossessive e frenetiche caratterizzano “As Stone Hits Precious Bone” e “Why Bother Stacking the Chairs on a Sinking Ship”, mentre le atmosfere tetre di “Colony Collapse” sono il suggello al migliore album che, a mio avviso, il 2016 ci ha regalato.

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