Estetica Noir: Purity

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Limitarsi a ripetere una formula collaudata può portar beneficio a chi la applica in termini di risonanza e di riscontri più materiali (vendite, ma c’è ancora chi la musica l’acquista, a parte pochi fedelissimi?), ma può dimostrarsi esercizio calligrafico assai sterile. Soddisfa esibire una forma perfetta ed una sostanza pressoché nulla? I torinesi EN non professano auto-indulgenza, essi non sono dei novellini, Silvio Oreste militava nei Favole Nere e Riccardo Guido nei Redlynx, eppoi vantano un buon eppì d’esordio (l’omonimo del ’14 ristampato e rimasterizzato l’anno appena archiviato) ove esibivano un potenziale da sviluppare, e che trova nelle undici tracce di Purity (considerando anche le brevi strumentali “Suicide walk”, più che un semplice omaggio agli ottanta, a voi identificare similitudini ed inclinazioni, ed “Hypnagogia”) il giusto innesco. Rispetto alla prima prova, viene abbandonata l’espressione in madrelingua a favore dell’anglosassone in toto, se “Le scogliere di Okinawa” e “Metà statica” potevano rappresentare degli esperimenti da sviluppare, è vero che Silvio Oreste esprime una buona pronunzia e padronanza dello straniero idioma. Ascoltatelo ad esempio in “I hate” ove, con il concorso degli strumentisti, riesce a confezionare un brano dall’eccellente sviluppo, ove la melodia si fa strada tra ritmi serrati e chitarre lancinanti. Il quartetto, completato dalla batteria di Paolo Accostato e dalle chitarre di Guido Pancani, pure ai cori, fa sfoggio di eccellente coesione e, fra citazioni più o meno esplicite e buona verve espressiva, alimenta una serie di tracce davvero convincenti e coinvolgenti, non solo per i nostalgici che quegli anni li hanno vissuti in prima persona. Si ricorre a trame snelle, col basso in bell’evidenza, ed anche la rendition di “I’m not scared” acquista un suo peso (vabbè, la vocina di Patsy Kensit ronza ancora nei nostri padiglioni auricolari, ma Silvio mostra una buona dose di ironia facendo proprio un ruolo che, nel caso della biondina, giocava tutto fuorché sulla tecnica): ricordo che gli Eighth Wonder ebbero più successo da noi che nella patria Albione, quindi inserire la loro hit nella tracklist di Purity non deve scandalizzare (fra l’altro la versione degli EN richiama blandamente i NIN). Eppoi la coppia “Deluxe lies edition” e “Hypnagogia” mi ha davvero incantato, coi suoi riferimenti ai Japan (il basso della prima, quasi un omaggio a Mick Karn), ed al Sylvian solista (ma pure al gruppo madre, ancora) della seconda. Segno che sì, si trae ispirazione da una ben determinata epoca, ma ampliando il più possibile lo spettro dei riferimenti. Purity è un buon disco, piacevole e ben strutturato, gode di buona produzione e sopra tutto non presente inutili riempitivi. Fa mostra di buone competenze e di un bagaglio di idee che può costituire una buona riserva anche per prove future (la conclusiva “You make life better” ci lascia sospesi a mezz’aria, nell’attesa che ci guidino altrove…).

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