RAJ: RAJ

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Due su quattro provengono dai Veracrash. Ottime credenziali. Doom stonato reiterato fino all’annichilimento cerebrale, pronto per essere suonato tra i canyon scavati nella roccia in millenni di instancabile lavorìo da entità sovrumane, eppoi lasciato libero di soffiare sulle sabbie del deserto infuocato. Voce che pare provenire da profondità abissali, un suono che rimbomba e rotola via, non a caso l’info sheet cita i Goatsnake di Pete Stahl dell’essenziale “I” che, non ostante gli oltre tre lustri trascorsi dalla sua pubblicazione (abbondanti…) non mostra segni di usura. E resistere alla prova del Tempo è una delle tante sfide che questa musica affronta fin dalla edificazione del suo primo Tempio, ovvero l’omonimo esordio dei Black Sabbath da Birmingham, UK. Sei tracce una delle quali strumentali (“Black Mumbai”, due minuti scarsi che ci trasportano idealmente nel bel mezzo del Mojave che tanto ci suggestiona) ben congegnate, prive di inutili orpelli e poco inclini a lasciarsi andare, dalla durata mai troppo estesa, tanto che al termine dell’ascolto netta prevale la sensazione che RAJ sia terminato troppo presto. Ideale per devastanti sessioni live, pur limitandosi a svolgere un tema dalla traccia conosciuta mostra non ostante segni di gran temperamento e personalità. Attesi su distanze più impegnative.

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