“Silence” di Martin Scorsese: il silenzio degli innocenti…

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Torna ad un tema che gli sta a cuore Martin Scorsese, con il suo ultimo lavoro Silence, come sa perfettamente chi abbia visto L’ultima tentazione di Cristo e Kundun o abbia comunque notato i numerosi riferimenti in altre opere. Il soggetto religioso è qui proposto sotto forma di un kolossal storico che, a quanto si è letto, ha richiesto un impegno straordinario e un tempo lunghissimo; il punto di partenza è il romanzo Silenzio, dello scrittore giapponese Shūsaku Endo, che narra la vicenda di un gruppo di missionari cristiani nel suo paese, durante il periodo Tokugawa, nella prima metà del XVII sec. Si tratta dunque di una pellicola ‘poderosa’, girata con tutti i mezzi possibili – si parla di un budget di circa 50 milioni di dollari – e con una cura dei dettagli impressionante: la considerevole durata, dipesa forse dalla puntigliosa fedeltà all’opera letteraria cui si ispira, le ha fruttato molte accuse di prolissità ma la visione non risulta mai noiosa ed è impossibile non lasciarsi coinvolgere da questa storia tutto sommato poco nota al grande pubblico ma di profondo significato.

I due sacerdoti gesuiti padre Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Garupe (Adam Driver) si recano in Giappone, pur essendo a conoscenza delle persecuzioni che sono costretti a subire i cristiani in quella nazione, per ritrovare il loro maestro padre Ferreira (Liam Neeson), di cui non si hanno notizie ma che potrebbe aver abiurato per convertirsi alle credenze locali. Il rischioso viaggio li porta così in contatto con una serie di personaggi ai quali devono affidarsi per raggiungere il loro obiettivo, essendo i due privi di conoscenze in un luogo straniero, di cui non comprendono né la lingua né tanto meno la civiltà. Inaspettatamente i missionari incontrano varie comunità di giapponesi convertiti al cristianesimo, quasi tutte di umili condizioni ma generose e ospitali, presso le quali hanno l’opportunità di esercitare regolarmente il loro ministero e che li aiutano nella ricerca del maestro. Inoltre, essi sono costretti a sperimentare in prima persona la portata delle persecuzioni riservate ai seguaci della fede cristiana e a condividere con i credenti del posto una situazione di costante pressione e violenza, cui questi sono ormai abituati. Il braccio di ferro con le autorità si risolve, del resto, sempre a favore degli oppressori, anche perché, come si è accennato, i cristiani sono prevalentemente pescatori poverissimi che vivono in stato di tale indigenza da stentare a procurarsi il cibo. Il film, dopo un susseguirsi di tragedie e angherie indescrivibili, giunge ad una conclusione imprevedibile che fa molto riflettere.

Inutile dire che Silence non è il semplice racconto di una vicenda realmente accaduta: il taglio è innegabilmente storico ma la sostanza dell’opera è prettamente spirituale, incentrata su una serie di ‘fulcri’: il sentimento religioso dei due protagonisti, la religiosità istintiva e coinvolgente dei pescatori giapponesi, l’ostentazione e il compiacimento della violenza da parte della classe dirigente giapponese. Pur rispettando in tutto e per tutto l’impostazione data da Endo al romanzo, che doveva essere un’incisiva critica alla società del suo paese, Scorsese ne trae spunti di speculazione sulla relazione fra l’uomo e il trascendente. Padre Garupe e padre Rodrigues, ognuno con le proprie modalità, hanno nel divino un punto di riferimento irrinunciabile: il primo investe nella fede tutto se stesso, il secondo invece ne ha una concezione più ‘moderna’ e razionale e spontaneamente pone la distinzione fra interiorità e forma, nel tentativo di sfuggire ai ricatti che vengono loro inflitti; non può tuttavia evitare di subirli e adotta l’identificazione con il sacrificio di Cristo come mezzo estremo di difesa. Per padre Ferreira la religiosità si associa ad un’attitudine intellettuale che si chiarisce alla fine, quando spiega le ragioni di una scelta che scandalizza i cristiani e può essere usata come strumento da parte degli oppressori. Questi ultimi si servono di tutti i metodi possibili, anche i più violenti e disumani, per sopprimere le sparute comunità dei convertiti. Il motivo per cui un personaggio come l’Inquisitore si accanisce con tanta ferocia contro un atteggiamento ed una filosofia che non hanno alcuna caratteristica di aggressività è descritto, ancora una volta, da padre Ferreira allorchè allude al dissidio religioso principalmente come ad una lotta fra civiltà radicalmente diverse. Una società come quella giapponese non potrà mai diventare terreno fertile ai fini di un’ampia diffusione dei principi cristiani e la conversione dei pescatori appare infatti più che altro frutto di disperazione e di ignoranza: non è chiaro se si intenda, qui, tracciare un parallelo con gli albori della cristianità e con i precetti del Vangelo, per i quali il sentimento religioso degli umili è da considerarsi il più autentico, ma la sensazione è che il regista inclini piuttosto verso la spiritualità più complessa di padre Rodrigues ed il suo anelito alla libertà.

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2 comments

  1. S* Tox 23 gennaio, 2017 at 16:36

    Grande film e condivisibile recensione. In me è però maturata anche una ulteriore riflessione: “Silence” ossia il silenzio di Dio. La vicenda storica nella sua tragicità cioè mi ha riportato all’invincibile tema della teodicea: Deus bonus est, unde malum? Ma soprattutto, di fronte allo strapotere del male, perché Dio tace? Lo stesso protagonista – a me l’interpretazione di “Spiderman” è piaciuta tantissimo – ha ripetuto “Eli !Eli ! Lamma Sabactami ? ” come Gesù in croce. Ma Dio tace. È il dilemma teologico che gli ebrei si sono posti innanzi agli orrori dell’olocausto. Un gruppo di internati di un campo di concentramento è obbligato dalle SS ad assistere all’impiccagione di tre ragazzini. Mentre i giovani corpi dondolano appesi qualcuno grida “Dio ! Dove sei ?” E nel silenzio qualcuno risponde: “E’ lì appeso col ragazzo”. Bella, toccante risposta. Ma il dubbio teologico resta. Centrale diventa allora la riflessione sul Libro di Giobbe dell’Antico Testamento. Quando quel sant’uomo di Giobbe, afflitto da disgrazie lutti e malattie a causa di Satana con il consenso di Dio, si rivolge all’Altissimo per chiedergli conto della sua sofferenza, Dio stesso gli risponde … oserei dire stizzito: “Dove eri tu mentre io potevo le fondamenta dell’Universo?” Può soddisfacimento questa risposta? Davvero la nostra natura creaturale ci impedisce di comprendere il perché ed il senso delle umane sofferenze? Eppure con grandi tocchi di regia Scorzese ci proietta nel cono d’ombra del dubbio per ricordarci che l’unica risposta a queste domande che dall’esterno può arrivare a noi è il silenzio. Del resto quando il profeta Elia incontrò Dio sul Monte Carmelo non lo vide, non lo toccò, non lo udì … ma lo percepì nel passaggio della brezza. Il sacerdote apostata muore da solo sorvegliato dalle Autorità giapponesi fino alla fine, ma in realtà la Presenza è in lui: la risposta alle domande è in noi e serve il silenzio per ascoltarla.

  2. Mrs. Lovett 23 gennaio, 2017 at 18:34

    E’ cosi’ infatti. Credo che tu abbia magistralmente spiegato, diversamente da me che ho ‘glissato’ per non dilungarmi troppo, il pensiero del regista e il suo ‘dilemma’ religioso. Un dilemma che potrebbe benissimo essere anche il nostro… Grazie!

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