Autori Vari: Silent age - The Sound italian tribute

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Iniziativa di Darkitalia che segue le due ottime analoghe dedicate ai Joy Division ed ai Type O Negative, Silent age omaggia la schiva figura di Adrian Borland, fondatore e principale compositore dei The Sound. Ripercorrere la breve epopea dei londinesi, quattro dischi fondamentali pubblicati tra il 1980 ed il 1985, con un quinto, “Thunder up” di due anni dopo, edito dalla belga Play It Again Sam quando il gruppo era praticamente giunto all’esaurimento della spinta propulsiva, e la depressione iniziava ad allungare le sue ombre sulla psiche di Borland, potrebbe apparir esercizio pleonastico su queste pagine, i più anziani, quelli che quegli anni li hanno attraversati, conoscono la materia ed i più giovani certamente hanno avuto modo di documentarsi, ma dinanzi ad una personalità così particolare, ed alla grandezza di queste canzoni, non si può restare in silenzio.
I complessi chiamati a raccolta dalla volonterosa Darkitalia omaggiano la lodevole intraprendenza della label, tutti e diciotto si applicano con determinazione e con riverenza, rivestendo gli originali facendo attenzione alla misura ed all’esposizione, ed il risultato è piacevole non limitandosi ad una semplice celebrazione: questa sensazione altrimenti molesta non emerge mai, l’ascolto procede spedito, nell’attesa del brano a venire, pronti ad apprezzare ogni minima sfumatura dettata dalla personalità di chi è chiamato ad interpretare questi brani, classici minori di un’epoca rimpianta non solo dai veterani e che troppi pallidi epigoni rischiano di tramutare in leggendaria.
Per tutta la parabola artistica compiuta negli anni ottanta dal suo gruppo, Adrian Borland rimase rimpiattato ai margini del mainstream, intento quasi ad osservare con distacco l’evolversi prodigioso di una scena che, figlia del nichilismo punk, iniziava a proporrere ad un pubblico sempre più vasto le sue icone. Non uno Ian Curtis, col quale condivise il Destino, non un Robert Smith e tantomeno un Peter Murphy, Borland si limitò a scrivere un pugno di motivi eccellenti, nei quali trasferiva i propri tormenti e la sua peculiare visione della vita e del mondo che lo circondava. Titolò due delle sue composizioni “I can’t escape myself” (apriva il lato A dell’esordio “Jeopardy”, novembre 1980) e “Prove me wrong”, da quel “Thunder up” al quale affidò i suoi più intimi dolori. Quando si apprese la notizia del suo suicidio, consumato il 26 aprile 1999, non si potè non far riandare il pensiero a quei due pezzi. Non si espose mai alla luce dei riflettori, le cronache citavano il suo nome di rado, per un concerto annullato a causa dei suoi problemi ma non per gli eccessi che i suoi colleghi offrivano ad una stampa famelica. Un testamento affidato a note ed a versi, pagine scritte con la mente rivolta chissà dove, fatalmente attratta da un buco nero pronto ad inghiottire la sua anima travagliata.
Diciotto insiemi per altrettanti brani, tutti uniti dalla comune passione per la Musica, rispettosi dei Maesti e dei loro insegnamenti ma pure pronti a far emergere le proprie peculiari inclinazioni. Stili ed esposizioni differenti, ma un sentimento condiviso. Dovrei citarli tutti, non lo faccio, cercate Silent age su bancamp e fate il vostro dovere.

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