“Arrival” di Denis Villeneuve: indovina chi viene a cena

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Non è certo il remake di Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg anche se lo richiama irresistibilmente alla memoria questo Arrival di Denis Villeneuve, uscito da noi qualche settimana fa. Ispirato, a quanto si sa, ad un racconto di Ted Chiang, pregevole scrittore americano di fantascienza, l’opera è stata già molto notata giacché ha fatto incetta di nominations agli Oscar 2017, pur non brillando per effetti speciali o per elementi spettacolari. Ciò che colpisce in Arrival sono la sua complessità e l’importanza delle tematiche che tocca e che ne fanno, tutto sommato, un film di fantascienza atipico: questa caratteristica lo ha reso affascinante per alcuni e poco riuscito per altri, mentre invece ha suscitato lunghe riflessioni in altri ancora, fra i quali pongo anche la sottoscritta.
Fra le produzioni recenti, Interstellar di Nolan è quella che, in parte, prova ad esplorare concetti che in Arrival sono divenuti centrali, forse perchè la possibilità che il tempo non sia, come crediamo, un percorso lineare, diretto in un’unica direzione, appassiona sempre più ed ‘intriga’ anche la scienza. Se dunque la fantascienza spesso rispecchia ‘domande’ che la ricerca via via si pone, quando si tratta di una forma d’arte come il cinema, la riflessione si amplia e va oltre, includendo questioni che sarebbe più giusto definire esistenziali. Per questa ragione,Villeneuve ha voluto che la protagonista della pellicola, la dottoressa Louise Banks – interpretata da una splendida Amy Adams – non fosse un astronauta o un ingegnere, bensì una linguista, mentre il fisico teorico Ian Donnelly, che in teoria dovrebbe essere maggiormente ‘titolato’ ad analizzare le relazioni con lo spazio, ha il compito di affiancarla. Ma procediamo con ordine.
In dodici località del mondo giungono in modo inatteso altrettante astronavi aliene dalla bizzarra forma ovale di cui, ovviamente, non si sanno le origini né tanto meno le intenzioni. I tentativi per acquisire qualche informazione risultano presto vani, per cui le autorità si rivolgono alla più grande esperta di traduzione disponibile sul campo affinchè la dottoressa Banks, pur non potendo conoscere il linguaggio degli extraterrestri, possa almeno sviluppare un modo di comunicare che consenta ai terrestri di entrare in contatto con gli esseri che hanno scelto di incontrarli. Gli esperimenti della studiosa la condurranno non solo a stabilire un collegamento con gli ‘eptapodi’ (così definiti per il loro inquietante aspetto) ma anche a comprendere dati importanti circa la loro concezione dell’esistenza e i motivi della loro visita. Questa ‘illuminazione’ influirà sui destini del pianeta e sulla sua vita privata della quale, nel corso della storia, si apprendono particolari essenziali e toccanti, in primis la perdita di una figlia amatissima in giovane età per una malattia.
Giustamente non vogliamo riportare qui che una versione semplificata al massimo di ciò che il regista racconta in Arrival, da un lato per non sciupare a chi non l’ha visto l’esperienza in prima persona, dall’altro perchè la vicenda non ha uno svolgimento ‘diritto’ con un punto d’inizio ed uno di fine. Più corretto è provare ad evidenziare i contenuti più rilevanti, che sono imprescindibili per la comprensione dell’insieme. Prima di tutto un’intuizione fondamentale e bellissima: la lingua è un veicolo che costruisce rapporti, svela misteri, influenza esistenze ed intere civiltà. Attraverso il linguaggio si intuisce chi ci sta davanti e le ragioni del suo essere molto più dell’analisi del materiale da cui è costituito: ecco perché cercare di comunicare con gli ‘eptapodi’ interessa di più che sezionarne il corpo; il modo di esprimersi è connesso direttamente con il pensiero e da esso si possono trarre conoscenze essenziali sulla vita e la struttura anche di un mondo completamente diverso dal nostro e del quale non possiamo avere alcuna idea precisa. La lingua degli alieni, del resto, rispecchia esattamente la loro concezione esistenziale: la forma prevalente dei loro ideogrammi è circolare ed è legata alla loro specifica idea del tempo, inteso non come una successione ma come un’entità globale, della quale si può percepire in qualunque momento passato presente e futuro. Tutto questo può essere, per gli scienziati Louise e Ian, parzialmente penetrabile solo mediante il confronto diretto e continuo con le due creature aliene divenute i loro interlocutori abituali e che loro hanno ribattezzato Tom e Jerry. La linguista, abituata a misurarsi con le più insolite forme di comunicazione, è quindi prescelta per condividere quello che per i ‘visitatori’ è un sorta di dono da loro offerto agli umani, traendone una nuova visione della vita, la capacità di interpretare con rafforzata consapevolezza la propria storia e quella del mondo esterno.
Non è facile districarsi in una materia così complessa, ma quanto fin qui detto dovrebbe far capire che Arrival è da considerarsi un film di fantascienza davvero inconsueto, per il quale non valgono i normali criteri con cui le opere del genere vengono valutate. Sull’impegno che esso ha richiesto molto si è letto: basti pensare alle difficoltà di creare una lingua ‘aliena’ con tanto di scrittura o comunque di rendere percepibile in una narrazione sensata un modo di pensare intriso di principi filosofici. In compenso, Villeneuve sembra aver ‘risparmiato’ sugli effetti speciali, decisamente minimali rispetto ad altre analoghe produzioni: gli ‘eptapodi’ sono concepiti in modo tutto sommato elementare e i ‘gusci’ ritti verticalmente delle astronavi aliene appaiono più suggestivi che stupefacenti, grazie anche alla bellezza della fotografia, una caratteristica inconfondibile della regia del nostro. Le incongruenze dello script, che alcuni si sono affrettati ad evidenziare parlando per questo di occasione ‘mancata’, non ‘pesano’, a mio avviso, all’interno di un lavoro affascinante nel suo insieme: se risulta strano che una docente di linguistica, sia pure a livello universitario, divenga in grado, nel giro di pochissimo, di comunicare con gli extraterrestri con i loro strumenti, pressata fra l’altro dalle pretese della sicurezza e delle autorità militari, è una considerazione che, nel corso della visione, passa in secondo piano rispetto all’eccezionalità dell’esperienza umana che viene narrata e al suo valore universale. Per questo motivo mi sento di definire Arrival una pellicola non soltanto riuscita ma, con i tempi che corrono, addirittura necessaria.

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