Box And The Twins: Everywhere I Go Is Silence

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Box And The Twins, è un trio di Colonia di recente formazione che ha pubblicato da poco il primo album, Everywhere I Go Is Silence, anticipato da un singolo che ha subito destato l’interesse generale, “Pale Blue Dot”. Anche in questo caso, nessuna sorpresa quanto agli orientamenti musicali dei tre: punto di partenza è il genere darkwave, i cui canoni vengono ‘alterati’ da derive shoegaze o dreampop, momenti malinconici e intimisti che si alternano con tratti decisamente ipnotici, il tutto ‘condito’ dal canto ‘estatico’ e un po’ misterioso di Box von Dü, del quale abbiamo avuto un saggio nel lavoro di Hante. This Fog That Never Ends dove era ospitata nel brano “Burning”; Hélène de Thoury, del resto, è presente qui nelle vesti di co-produttrice. Apre la già menzionata “Pale Blue Dot”, con scenari dai colori tetri e smorzati ma il ritmo scandito da un insolito suono metallico e le note delicate della chitarra procurano accattivanti variazioni ‘incoronate’ dalla bella parte vocale di Box che non si può non apprezzare: pezzo onestamente straordinario. “Gravity”, la seconda traccia, si attiene alla formula darkwave proponendo una melodia raffinata e molto gradevole; in “This Place Called Nowhere” e, ancora di più, in “Perfume Well” prevale una malinconia struggente che colpisce: quest’ultimo brano si distingue per la chitarra dalle tonalità penetranti e per la voce trasognata, mentre echi oscuri suscitano sinistri presagi. Non manca il ‘mood’‘sacrale’ con ‘passaggi’ ritmici dal sapore tribale come in “Hundreds Flowers” o elementi marcatamente shoegaze dove la chitarra in impetuoso rilievo contrasta con la voce in modalità ‘enigmatica cantilena’ (“Birds”). “Guilty red” offre comunque una salutare pausa per il dancefloor e si può dire lo stesso per la seguente “Ice Machine” che tuttavia è caratterizzata da un’atmosfera estremamente cupa e opprimente. Delle restanti segnalo la minimale “Western Horizon”, che esordisce con le più oniriche visioni e, dopo la prima metà, viene ‘invasa’ dalla chitarra che ‘irrompe’ con suoni assai vivaci e la finale “Notes to the Spiders” che conclude con note pacate e intimiste un disco molto, molto promettente.

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