Edenbridge: The great momentum

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Gli Edenbridge perfezionano ulteriormente la formula che fonde metal orchestrale ad un impianto narrativo dal forte impatto scenografico, potendo anche contare sulla prova di una sempre più matura Sabine Edelsbacher, autorevole nell’interpretare un ruolo importantissimo nell’economia espositiva del combo austriaco. E’ negli episodi più articolati (“The die is not cast”) che l’appassionato di sympho-metal troverà di che pascere le proprie concupiscenze, ma allorquando le chitarre (del bravo Lanvall che di TGM è anche produttore) si impossessano del proscenio (“The moment is now”), con la copertura della granitica sezione ritmica, ecco che gli Edenbridge fanno sfoggio della loro bravura, sfidando i campioni del genere sul loro stesso terreno: arie magniloquenti e cantato sublime. Episodi come “The visitor” tradiscono un’inclinazione all’autocompiacimento che andrebbe evitata o perlomeno limitata, fare troppo affidamento sulle proprie capacità espositive è commettere peccato che si traduce in episodi francamente stucchevoli. Meglio quando il ritmo si fa più sostenuto, anche se emerge ancora qualche ampollosità, dopo un inizio assai spedito The great momentum pare smarrire la sua verve denunciando la distanza da colmare nei confronti degli Epica, il solco che divide gli Edenbridge dai batavi è ancora ampio. E’ in questi frangenti che la brava Edelsbacher si fa carico di guidare il gruppo fuori dalle secche della mediocrità (la presenza di Erik Martensson in “Until the end of time” vale solo come medaglia da esibire sul palco) facendo sfoggio delle doti canore delle quali è fornita, che impreziosiscono l’articolata “Return to grace”, screziata da piacevoli venature etniche (tastiere e ficcanti chitarre in primo piano). L’interlocutoria “Only a whiff of life” ci conduce al gran finale appannaggio della cadenzata “A turnaround in art” e dalla lunga “The greatest gift of all” (tredici minuti scarsi), che rappresentano il manifesto estetico degli Edenbridge, prossimi ad incamminarsi lungo le rotte stilistiche tracciate dai pomp-progsters Arena ma tenendo a memoria le indicazioni fornite dai Threshold (dei quali Karl Groom si siede al mixer). Pur a tratti discontinuo, The great momentum certifica le potenzialità degli Edenbridge, e legittima il loro anelito d’entrare a far parte della ristretta elite del symphonic-metal. Curato nei particolari ed eccellentemente assemblato, lascia intravedere interessanti spunti che potrebbero venir ulteriormente sviluppati in futuro (vedasi il ricorso a certe soluzioni adottate di recente anche dagli IQ).

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