Ivories: Light Years

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Si è fatto attendere oltre due anni il primo full length degli Ivories dopo che il bell’EP In Between aveva dato loro tante soddisfazioni e ci aveva regalato la gioia di ritrovare un paio di personaggi che un trentennio fa hanno fatto la storia della new wave italiana. Light Years esce dopo una serie di vicissitudini che hanno coinvolto i tre Ivories dei quali, per altro non fa più parte il bassista Francesco Sindaco, sostituito da Lele Bassi, mentre Tranchina e Carnevale, i due capisaldi, tengono ovviamente le loro posizioni. Difficile sintetizzare le caratteristiche dei dieci brani di Light Years. Sorprendentemente, non tutti si possono ricondurre alle scelte stilistiche alla base di In Between, in cui i suoni, all’interno di un’ispirazione decisamente post-punk, apparivano assai energici e tesi, con ritmiche generalmente sostenute. Le tracce di Light Years sono piuttosto caratterizzate da un eclettismo ‘colto’, che raduna in sé varie sollecitazioni, sfuggendo la troppo facile ed ovvia fedeltà ad un genere. La chitarra oscilla fra arpeggi morbidi e momenti tirati, il basso si mantiene sobrio, occasionalmente incalzante e a Patrizia viene lasciata la massima libertà di ‘sfoderare’ tutte le possibilità della sua voce calda e vibrante. L’opener bellissima, “Dresden”, è quella che appare più vicina allo stile che era stato proprio del precedente In Between: vi ritroviamo una chitarra tagliente, qua e là ‘acuminata’, una bigia atmosfera ‘metropolitana’, un ritmo moderato ma deciso ed il canto ricco di tonalità e riflessi. Gradevole anche la seguente “Swanblack” che devia verso sonorità più evocative e sognanti sulle quali dilaga una parte vocale davvero efficace; il mood melodico continua poi, in “From Voids”, dove i nostri paiono quasi strizzare l’occhio ad un pop raffinato, di certo un po’ inatteso, in quanto il sound abituale degli Ivories sembra perdersi. Non che i nostri siano mai stati ostili ai suoni più luminosi e rilassati: “Shiver into Existence”, per esempio, si riallaccia sottilmente a “As Blind As We Are Now”, uno dei brani più suggestivi di In Between, carico di passaggi ‘aerei’ e un po’ onirici, ma la dimensione più congeniale a Tranchina & co. resta, a mio avviso, quella dinamica e vigorosa, dalle ritmiche ‘risolute’ come ben esemplificato da “A Million Things are Hung to the Sky” che non a caso porta colori postpunk o anche “Clock Backwards”, impreziosita dalla classe di Danilo Carnevale con note di chitarra assai belle. Infine, se “As a Siren” si cimenta con insolite sonorità ‘atmosferiche’ dal carattere ‘meditativo’, ritroviamo la grinta degli Ivories nella convincente “Microshocks”, letteralmente ‘trascinata’ dalla vocalist in forma radiosa mentre la più ‘pacata’ “Novemberine” conclude con forme un po’ ibride e attitudine romantica un disco interlocutorio, in un certo senso innovativo per la band e, per questo, non privo di spunti notevoli ma che, come è forse tipico per le fasi di ‘assestamento’, contiene episodi più riusciti di altri.

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