“Split” di M.Night Shyamalan: capire la divisione

393
0
Condividi:

Nonostante M.Night Shyamalan abbia scelto una serie di ‘topoi’ non troppo nuovi, la tensione non si fa molto attendere in Split, il suo ultimo film, e regge fino alle battute finali. Se in The Visit, il regista aveva ‘centrato’ l”obiettivo’ mediante una trama coerente, qualche espediente di ‘scena’ e una produzione basata rigorosamente su criteri ‘low cost’, con Split vola un po’ più ‘alto’: l’allestimento è sempre semplice, ma qui c’è una star nel ruolo di protagonista e una storia decisamente più complessa a dar vita ad un’opera da seguire attentamente e anche allettante benché l’insieme appaia riuscito fino a un certo punto.
Il personaggio principale di Split è ispirato, a quanto si sa, a un uomo realmente esistito, Billy Milligan, che, negli anni ’80, rapì tre ragazze perchè affetto da disturbo dissociativo dell’identità, una patologia i cui effetti sono visibili fin dal primo momento nella figura interpretata da James McAvoy: la coesistenza, all’interno di un’unico essere umano, di personalità diverse, non sempre in armonia fra loro. Nel caso specifico, se Kevin Wendell Crumb è il soggetto di riferimento, vi sono altre ventitre, forse ventiquattro identità che a lui si devono ricondurre, anche se sembrano in grado di agire in totale autonomia, trasformandosi in individui differenti, addirittura fisicamente. Del resto, questa capacità è ammessa dalla dottoressa Karen Fletcher, terapeuta del giovane, che conosce bene, per ovvie ragioni, tutte quante le personalità in cui egli sa calarsi. La specialista è infatti l’unica che può ‘districarsi’ in questa ‘folla’ di personaggi e che, ogni volta, sa distinguere la loro vera natura, riconoscendo se, in quel preciso momento, davanti a lei si trova il pericoloso Dennis, la subdola Patricia, l’ingenuo e indifeso Hedwig, l’ambiguo Barry e via dicendo. Ecco che, quindi, diviene spiegabile che l’autore del rapimento di tre inoffensive adolescenti nel parcheggio di un supermercato possa essere Dennis, il più infido della ‘compagnia’ per i sentimenti di violenza insiti nel suo carattere; le ragazze restano in balia di tutte quante le ‘versioni’ dello psicopatico senza logicamente capirne i meccanismi e, di conseguenza, senza sapere come interagire con lui. Soltanto una di loro, Casey, la più incompresa ed emarginata, riesce in qualche modo a penetrare il mistero e, pur non conoscendone l’essenza, stabilisce un contatto con alcune delle identità che incontra – quelle che sono nella luce, cioé non sottomesse dalla volontà degli altri – intuendo il complesso quadro patologico proprio del suo rapitore. Nel corso della vicenda, lo spettatore assiste ai continui mutamenti di personalità del protagonista finché, ad un certo punto, non emerge che le scoperte non sono finite e ai ventitre diversi volti di Kevin Wendell Crumb potrebbe aggiungersene ancora uno, che ribalterebbe, fra l’altro, le sorti delle tre prigioniere: è il più cattivo e tutti ne hanno paura, tanto che lo chiamano ‘la bestia’.
La tematica che Shyamalan affronta non è certo nuova nel cinema e volendo risalire indietro nel tempo ne troviamo degli esempi fin da Hitchcock. Anche John Carpenter, per fare un nome a caso, l’ha scelta per il suo ultimo lungometraggio, The Ward, in cui al centro della storia vi era, appunto, un ‘gruppo’ di giovani donne. In Split la materia è trattata decorosamente e il plot funziona a sufficienza pur facendo troppo palesemente presagire il finale dove il colpo di scena risulta per questo molto meno efficace che in altre pellicole del regista, incluso l’ultima The Visit. Ciò che, in verità, fa di Split un film degno di essere visto è la straordinaria interpretazione di James McAvoy che, da solo, dà vita ad una quantità di personaggi, riuscendo plausibile in ciascuno di loro. L’attore raggiunge lo scopo senza utilizzare effetti speciali e, quanto ai travestimenti, giusto il minimo indispensabile perché non si creino confusioni fra le diverse identità, visto che i lineamenti sono sempre i suoi: la sua è una trasformazione principalmente di ‘testa’ e la sua abilità nell’alternare al bisogno le varie psicologie è davvero sorprendente. Il regista conduce i fili di tre distinti filoni di racconto che fanno capo a tre differenti ambientazioni – il luogo di prigionia delle ragazze, lo studio della terapeuta e i flashback dall’infanzia di Casey – e li intreccia in base alle esigenze narrative. Proprio la bravura di McAvoy, presente in due dei suddetti contesti, contribuisce alla coerenza complessiva, che non è sempre ‘ovvia’, e riesce a veicolare uno dei significati più importanti dell’intera vicenda: le anime sofferenti di persone ‘violate’, al di là delle situazioni in cui si trovano ad agire o delle circostanze del loro incontro, tendono a comprendersi e, in qualche modo, a rispettarsi. Split è, alla fine, un film sul dolore umano e, indipendentemente dai suoi limiti, come tale andrebbe inteso ed accettato.

Condividi:

Lascia un commento

*