The Black Veils: Dealing With Demons

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Secondo disco per il trio bolognese The Black Veils – Grégor Samsa, Filippo Scalzo e Mario d’Anelli – del quale avevamo già avuto occasione di apprezzare il buon debut album Blossom. Dealing With Demons, a cura della ‘inedita’ Atmosphere Records, mantiene sempre saldo il legame con il passato ma il punto di riferimento non è più esclusivamente il postpunk più cupo e ‘fumoso’ bensì anche la versione meno opprimente di smithsiana memoria, in cui dominano toni intimisti e malinconici, a rappresentare forse i ‘demoni’ del titolo, quelli collocati all’interno di ognuno di noi. Le undici tracce appaiono quindi caratterizzate da grande varietà e ricchezza di spunti. L’opener “The Persistence of Memory” esordisce mirabilmente in pieno stile postpunk per proseguire con piglio assai energico, basso risoluto e chitarra che ‘spettina’: episodio davvero bello. Poi, “Nothing is Pure” imbocca una direzione più melodica, la chitarra opta per tonalità più liquide benchè il basso mantenga colori postpunk, ma il vocalist si impone con un carisma già notato anche nel precedente Blossom. “The Ghost Inside” oscilla fra la ‘fluidità’ della chitarra, lo scandire cupo del basso e il gentile ‘ricamo’ sintetico, il tutto abbinato alla voce di Grégor Samsa, praticamente da applauso; subito dopo, “Reptile (Chant for Cold-Blooded Creatures)” non si discosta dall’indicazione melodica nel segno degli Smiths, cui si aggiunge l’intenso pathos del canto e lo stesso si può osservare circa “True Beauty Attacks!”, altro episodio di fattura pregevole, che fa riferimento a Mishima fin dal titolo (‘True beauty is something that attacks, overpowers, robs and finally destroys’). Quindi, superato l’ostentato omaggio a Morissey di “Prinsengracht” e la più ‘variegata’ “The Comforting Taste of Another Springtime Torture” dal riff ‘goticheggiante’, “Freyja” ribadisce un’accattivante melodia smithsiana e la title track sembra riunire tutte le ‘anime’ della band sotto l’eco profonda del basso ed i toni sottilmente inquieti della chitarra. Infine, le visioni ed i suoni di “The Wicker Man” precedono la conclusiva “The Disintegration of the Persistence of Memory” che chiude con modalità più lente e drammatiche, attraversando passaggi oscuri e altri invece sognanti e giungendo ad un breve finale ‘nascosto’ costituito esclusivamente da un arpeggio e un accorato monologo, un album italiano che ci dà soddisfazione.

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