Die Zwei: Eins

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Dalle nebbie della mia Torino postindustriale prendono forma i Die Zwei, il nuovo gruppo di Laura Agerli, già cantante degli Yabanci e di vari altri gruppi della scena musicale sabauda, e Roberto Melle, autore del libro 20 negli 80.
Il cd è composto da 11 pezzi di darkwave ipnotica, che mischia sapientemente riferimenti colti e suggestioni surreali.

L’album è aperto da “Majorana”, un pezzo con una base ritmica elettronica pesante che pare evocare le ripetizioni incessanti di macchinari e sul quale si staglia la voce di Laura, che in questo brano canta in italiano, prestando la sua voce ad un tono declamatorio che ricorda quello di Giovanni Lindo Ferretti.
In “Gurdjieff” il ritmo mesmerico è enfatizzato dalla descrizione dei movimenti delle danze sacre di quel maestro dell’esoterismo e dal bellissimo, evocativo refrain “Sacred dance”, che appare veramente arrivare da delle sfere superiori.
“Antropos” è sempre ritmato ma con delle sfumature più profonde ed introspettive, come un rituale sciamanico eseguito da un robot che cerca di scandagliare la natura umana, desiderando avere un’anima.
“Lilì” è un pezzo più lento, che ripete nomi femminili legati a personaggi che hanno lasciato una traccia importante nel mondo, un’elegia della femminilità e del suo essere creatrice come il divino.
“1906” è un pezzo dedicato al Torino (il 1906 è stato l’anno di fondazione della squadra) ed è malinconicamente emozionale, un po’ come il tifo amorevole ed incondizionato per una squadra che ha avuto una storia intensa, anche tragica, e dalla quale ha saputo rialzarsi.
“None” ha un ritmo lento, ossessivamente cupo e tratta del rischio di una catastrofe ecologica: qui i synths ed il basso paiono rappresentare le macchine che distruggono la natura finché, come afferma la frase attribuita a Toro Seduto “Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro”.
In “Rêve industriel” il ritmo torna deciso, con sfumature oscure, come la colonna sonora di un sogno che si tramuta in un incubo.
“Sexure” mantiene i ritmi ipnoticamente ossessivi che sembrano il tratto caratteristico di questo gruppo, ma con una tonalità meno cupa, anche se il testo parla della dicotomia dell’amore, che può trasformarsi in una tortura “sexure”.
“Schònheit” è forse il pezzo più ballabile dell’album, con atmosfere che lasciano intuire lunghi ascolti EBM da parte del compositore e con la voce di Laura che spazia dalla declamazione a profondi assoli.
“Buono Legnani” rende omaggio a La casa dalle finestre che ridono e rende splendidamente, sia come musica che come cantato, il senso dei deliri alienati che popolano la mente di un omicida seriale.
“Yugen”, una delle declinazioni giapponesi di estetica (profondità misteriosa) chiude l’album con un campionamento di campane degno dei migliori Depeche Mode: è un pezzo ritmato e melodico allo stesso tempo, al quale le parole cantate in giapponese da Laura donano un fascino impenetrabile.

Un bell’esordio, che ci ricorda il passato elettronico della Torino degli anni ’80 (Monuments e Chroma Key), rivisitato in una distopica chiave postindustriale.

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