Drab Majesty: The Demonstration

715
1
Condividi:

Progetto molto interessante questo Drab Majesty, che fa capo a Deb DeMure aka Andrew Clinco, eclettico musicista losangelino attivo anche in altri ‘contesti’, come Marriages e Black Mare. Diciamo che Drab Majesty pare rappresentare, fra tutte le attività condotte dal nostro, quella legata a un suo lato personale ed intimo che ha bisogno di estrinsecarsi in sonorità malinconiche di impronta new wave, per realizzare le quali ama truccarsi e travestirsi all’insegna dell’ambiguità sessuale. Dopo il pregevole debut album autoprodotto, Careless, che ha destato grande attenzione, nel 2016 al progetto si è aggiunta Mona D ed è stato pubblicato il bellissimo The Demonstration. Il lavoro contiene undici tracce – nella versione in CD abbiamo anche quattro remix che in verità non riservano grosse sorprese – e ascoltare e lasciarsi coinvolgere è un tutt’uno, tanto l’atmosfera di cui il disco è pervaso appare magica. Eppure la ‘ricetta’ di Deb non è né nuova né stravagante, per quanto efficace possa sembrare: essa rivela un legame imprescindibile con la new wave anni ’80 e la reinterpreta attraverso la sensibilità di un animo delicato ma anche raffinato, facendone qualcosa di inedito e affascinante. Le belle sensazioni iniziano subito con l’opener “Induction” e la sua ‘aerea’ introduzione elettronica cui seguono ‘tintinnanti’ note di chitarra: ogni dettaglio, dalla ritmica giustamente vivace alla voce vagamente estatica, concorre gradualmente a disegnare visioni di sognante malinconia in un alternarsi di luci e ombre emozionante come non mai. Qui si respira aria di classici come Sound, Modern English o Durutti Column e ascoltando la seconda traccia, “Dot In The Sky”, unita alla precedente da un filo fluido e luminoso, ci si ritrova a chiedersi dove avevamo sentito quegli arpeggi così squisitamente liquidi o una melodia talmente seducente, ma non è facile rispondere perché questo stile ricorda tante cose ma non è ‘uguale’ a niente altro; l’incanto prosegue poi in “39 By Design” con le sue sonorità eteree ma di intrinseca intensità, ad esprimere le più meste divagazioni. Il brano ‘sfuma’ morbidamente nel successivo “Not Just A Name”, lento e modulato, forse l’unico che, in un ‘surplus’ di pathos, occasionalmente ‘sfiora’ il melenso, restando comunque un ascolto gratificante. Poi, bypassato il trasognato, un po’ indistinto intermezzo di “Hath No Form”, la ritmica si ‘anima’ e troviamo “Too Soon To Tell”, uno splendido omaggio alla wave tradizionale e, subito dopo, “Cold Souls” non lascia la modalità wave ma indugia in suoni più desolati e oscuri. Tuttavia The Demonstration non è ancora finito e occorre menzionare l’eco irreale, quasi di ‘campane’, lungo poco più di un minuto di “A Spire Points At The Heavens” che introduce la straordinaria “Kissing The Ground”: il mood wave ha qui prevalso, come una fredda, irrefrenabile ‘onda’, chitarra e ritmo nervoso forniscono le ‘coordinate’ del pezzo, da risentire ancora ed ancora. Il clima si offusca ulteriormente nelle ultime due tracce, la tetra “Forget Tomorrow” e l’ultima, “Behind The Wall”, elegante e gelida e, tuttavia, con uno dei riff di chitarra più suggestivi. In chiusura, quattro remix di un certo prestigio concludono quello che non esito a definire un grandissimo disco.

Condividi:

1 comment

Lascia un commento

*