Golden Apes: M Ʌ L V S

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Non sono certo novellini nella scena gotica tedesca i Golden Apes, benché non ci sia stata ancora l’opportunità di occuparsene. Attivi fin dal 1998, i nostri hanno subito, nel corso del tempo, qualche rimaneggiameno nella line up, prima di arrivare all’attuale formazione costituita da Peer Lebrecht, Aris Zarakas, Christian Lebrecht, Gunter Buechau e Dirk Wildenhues. Questo ottavo album in studio, M Ʌ L V S, non si poteva ignorare, poiché rivela una vitalità notevole e qualche scelta stilistica peculiare per una band che si è palesemente votata alla celebrazione di un genere musicale ormai molto imitato. Il disco contiene tredici tracce generalmente di buon livello, caratterizzate da atmosfere per lo più pacate e malinconiche ma non opprimenti, dominate da chitarre sognanti ed evocative, da una ritmica di sobria vivacità ma occasionalmente dotata di una certa grinta e da un bel basso wave, mentre la voce di Peer Lebrecht si mostra spesso in grado di emozionare. Già l’opener “Cedars Of Salt” esemplifica lo stile dei nostri, definito da sonorità piuttosto ricche e dense, incentrate sulla brillante interazione di basso e chitarra e sull’innegabile carisma del canto di Lebrecht. Poi, “Ignorance” intensifica il ritmo e la parte vocale manifesta un pathos straordinario che ‘imbarocchisce’ un po’ l’insieme, mentre “Halving Moons” fa un passo indietro, optando per modalità più malinconiche vicine ai Cure e “Verity” strizza l’occhio al ‘gothic’ più robusto, quello che dal vivo rende meglio. Ma lo ‘spleen’  in stile Cure ricorre anche altrove, per esempio in “Drown” e, oltrepassata la più ‘convenzionale’ “Grinding Mills”, ecco uno degli episodi migliori dell’album, “Missing”, caratterizzato da accattivanti quanto tristissime armonie, che si avvale positivamente del contributo vocale della nota Arianna Froxeanne dei Frozen Autumn. Gli scenari rimangono tetri con “Occam’s Razor” in cui il basso pare diffondere cupi ‘rintocchi’ e in “Correlation”, brevissimo intermezzo acustico dal sapore folk. Delle restanti segnalo la più esuberante  “Sermon in the Vale” e la conclusiva title track che chiude con suggestioni tipicamente wave fatte di note sinuose di chitarra e di irreali trame ‘sintetiche’ un disco decisamente non privo di attrattive.

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