“Manchester by the Sea” di Kenneth Lonergan: senza parole

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Non saprei dire se sia un bel posto la Manchester di Kenneth Lonergan, probabilmente è un paese qualunque, abitato da gente comune, uomini, donne e famiglie con bambini. A quanto si legge, deve il suo nome alla necessità di distinguersi da un’altra Manchester molto più grande situata nel New Hampshire, mentre Manchester-By-the-Sea si trova nella baia del Massachusetts davanti ad un incredibile Oceano Atlantico. Il fascino di questo mare diviene nel film di Lonergan, Manchester by the Sea, sfondo di ideale malinconia per uno dei melodrammi più toccanti ed efficaci che si siano visti al cinema negli ultimi anni.
Basato su una sceneggiatura semplice, ‘inquadrata’ da una regia sobria all’estremo, senza un effetto o un elemento che non siano rigorosamente e concretamente reali(sti), Manchester by the Sea narra nel modo più limpido e disarmante una vicenda terribile ma talmente ‘vera’ da suscitare la sensazione di averla sentita raccontare da qualcuno. I personaggi che ne sono coinvolti non hanno nulla che li faccia apparire fuori dell’ordinario, non più di quanto possano esserlo i nostri vicini di casa; del resto la sofferenza, si sa, non colpisce soltanto i supereroi e quella di cui è vittima la gente ‘normale’ forse risulta tanto commovente proprio perché per il pubblico é facile potersi immedesimare nella storia, a meno che non risulti eccessivamente patetica e, di conseguenza, di cattivo gusto. Ma non è il caso di Manchester by the Sea, in cui il dolore è svelato nel modo più austero, quasi senza lacrime.
Conosciamo il protagonista, Lee Chandler, in un contesto di solitudine e malessere e l’idea che ce ne facciamo è, inizialmente, quella di un uomo assai riservato e anche estremamente burbero. La triste perdita del fratello lo costringe a lasciare la periferia di Boston, dove abita, per ritornare lì nel luogo in cui ha vissuto in passato, un passato che, nel corso della narrazione verrà rivelato a poco a poco attraverso una serie di drammatici flashback. Il decesso di Joe Chandler ha una ‘ricaduta’ importante nella vita del personaggio: egli apprende di essere stato nominato tutore del nipote adolescente, Patrick, rimasto praticamente solo al mondo poiché sua madre, afflitta da problemi di alcolismo, non se n’è mai occupata. La relazione fra zio e nipote diviene centrale nella vicenda ed è lo stimolo per far emergere i dolorosi antefatti che hanno portato Lee a diventare ciò che è: una persona spezzata, sopraffatta da eventi tragici, una specie di ‘morto’ vivente, insomma, perchè tormentato da una disperazione alla quale non si può porre rimedio.
Poco interessa, in questa sede, raccontare i dettagli di quanto accaduto nella famiglia del protagonista: basti sapere che lui e la sua ex-moglie hanno dovuto fare i conti e convivere, nel corso degli anni, con un tormento continuo e irreparabile che ha avuto, fra l’altro, l’effetto di dividerli per sempre nonostante l’amore reciproco. Nel caso di Lee, questa situazione è stata gestita mediante l’apparente ‘soppressione’ delle emozioni e la scelta di lasciarsi vivere quasi con indifferenza nella consapevolezza di non avere nessuna speranza di una vita migliore. Dal momento della disgrazia che l’ha colpito, in pratica, l’esistenza di quest’uomo, cui non è toccato poter lenire con la morte il tormento che lo affligge, si è trascinata in una forma di continua ‘anestesia’ dell’anima realizzata all’insegna della più severa repressione dei sentimenti: questo spiega la peculiarità dei suoi atteggiamenti, la evidente misantropia tipica di un temperamento divenuto intrattabile, che non perde occasione di manifestare verso il prossimo una ‘selvatica’ aggressività; per questo motivo egli risulta spesso inviso agli altri. Il silenzio e l’incomunicabilità sono, in sostanza, quanto rimane della sua capacità di rapportarsi con i simili e soltanto dopo aver conosciuto gli eventi passati, che lo spettatore, come si accennava, ricostruisce attraverso immagini e frammenti riaffiorati nella memoria, ci si rende conto del travaglio interiore che tutto ciò ha implicato. La totale indifferenza e l’assenza di motivazione espresse talvolta dal viso di Casey Affleck, che impersona il ruolo di Lee Chandler e, per questo, è stato molto giustamente premiato con l’Oscar, sono un’impressionante testimonianza della devastazione che la sofferenza ha operato sul personaggio. L’interpretazione dell’attore, magistralmente giocata sull”omissione’ e sulla ‘mancanza’, sa trasmettere angoscia e disperazione più di qualunque ‘esplosione’ di pianti, suscitando in chi guarda il massimo dell’empatia: certi suoi sguardi sono destinati a restare indimenticabili.
Manchester by the Sea non fornisce risposte e non dà speranza. Per quanto si noti, da parte del protagonista, una graduale seppur minima apertura affettiva nella relazione con il vulnerabile nipote, palesemente bisognoso delle sue cure, o nei confronti della ex-moglie, con cui condivide amore e dolore e che riesce a strappargli qualche lacrima durante un commovente confronto – uno degli apici emotivi del film – per Lee Chandler non sono previsti né sollievo né tanto meno redenzione. Il regista non lascia presagire se non in modo assai vago le evoluzioni che ci possono essere per il suo personaggio, perché sa che esistono ferite che nulla, neanche il tempo, possono guarire e devono semplicemente essere portate, in attesa della liberazione definitiva.

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