Mementut: Into the Shadow of God

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Mementut è il progetto solista di Fernando Vaugier, talentuoso solista messicano, conosciuto sul web da qualche mese, soprattutto grazie a “Black God”, “Tronus” e “Skulls & Bones”, presenti su questo album d’esordio insieme ad alcuni inediti.
Il suo è un post punk carico di energia e rabbia, espressa soprattutto nella bassline, sempre molto presente e potente, che ricorda lo stile del primo Peter Hook e dona ai suoi brani un’aura “joy divisioniana”, in quanto tra le note si avverte la stessa sincerità e la stessa profonda disperazione della musica del quartetto mancuniano.
In questo album sono presenti sette titoli, che affrontano le tematiche del disagio, della pazzia, delle guerre, della religione, o più probabilmente del sentirsi abbandonati da Dio, nell’ombra appunto, come ci ricorda il titolo di questo lavoro.
In “Tronus” che apre l’album il basso fa da contraltare agli strumenti in controtempo, che in alcuni tratti hanno esplosioni emotive di stampo punk ed un cantato che alterna cupi echi e grida.
“In Black God” la tastiera è in controtempo rispetto alla linea ritmica: il canto è ossessivo, tormentato, come pensieri che attanagliano la mente in un vortice sempre più oscuro e mortale.
“Skulls and bones” è aperto e chiuso da una parte recitata ed affronta le tematiche della guerra, i resti dei soldati, i teschi e le ossa che sono il prezzo delle smanie di grandezza dei potenti. Anche questo pezzo è molto ritmato, duro, come una disperata wardance dalla quale nessuno uscirà vivo ed il canto in alcuni tratti raggiunge un lirismo ed un’emozionalità davvero elevati.
“Valyrian” è rimasto nella demo version che già era stata diffusa su Youtube: qui sono le tastiere in primo piano, ma utilizzate come una base ritmica, sincopata, angosciata; la voce è filtrata dà un effetto che la fa apparire, lontana, fantasmagorica, come quella di un’anima che non riesce a trovare pace.
“Asylum” è epica e triste al medesimo tempo: suona come un canto d’addio, un’elegia di una vita esiliata in un asilo lontano, senza trovare neppure lì la pace.
“Aufmerksamkeitsdefizit – Hyperaktivitätsstörung” sembra descrivere la frenesia tipica della sindrome da iperattività: azioni senza un reale scopo se non quello di assecondare un impulso irrefrenabile, senza sosta né pace. La voce sembra dettare ordini, come l’inconscio di chi ha questi disturbi.
“Aspie” l’ultimo brano dell’album, mutua il nome da un altro disturbo mentale, una forma lieve di autismo: il pezzo sembra descrivere la dualità tra gli stimoli continui che arrivano dall’esterno ed un’indifferenza di fondo, come di chi desidera restare indisturbato nel suo mondo interiore, probabilmente migliore di quello che lo circonda nella realtà.
Un album intenso e sincero, confinato nel digitale come molte delle produzioni di questi anni: forse un paradosso del periodo di crisi, che il mondo sta attraversando, che da un lato favorisce momenti introspettivi oscuri che partoriscono opere notevoli e dall’altro ostacola le vendite, per la scarsa disponibilità economica che molti hanno. Per questo della fertile ondata di questo decennio di molte opere non resteranno neppure delle rare chicche nelle mani di qualche appassionato, ma solo delle tracce elettroniche, in balia della rete e della tenuta degli hard disk.

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