Depeche Mode: Spirit

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Siamo al numero quattordici e ogni uscita, per noi ‘devoti’, rappresenta un’emozione e, al contempo, uno stress: perchè c’è anche la difficoltà di inquadrare il nuovo lavoro nel contesto del luminoso percorso dei DM e cercarne il filo conduttore, l’idea base, le ragioni. Nel caso di questa band, poi, tanti sembrano star lì malignamente in attesa che finalmente faccia il passo falso e cada dal famoso ‘piedistallo’. Per alcuni, addirittura, sul ‘piedistallo’ non ci sta più da tempo, dal momento, cioè, in cui ha scelto di non ripetere “Enjoy the Silence” all’infinito. Ovviamente è l’opinione di chi scrive, ma Spirit non fa schifo. I DM non sono precipitati nel baratro neanche stavolta. Di questo disco, il primo elemento da apprezzare è la libertà di cui dà prova, ponendosi tutto sommato a distanza dal repertorio più popolare del gruppo sia sul piano del contenuto che dal punto di vista dell’impostazione ma senza realmente tradire le aspettative dei fans, per la continuità con gli ultimi due lavori. Del resto, a proposito di continuità, la maggior parte dei brani provengono dalla penna di Martin Gore che, in due casi, si cimenta anche nel canto. I testi sono di un certo impegno, pur non affrontando tematiche marcatamente politiche; il singolo “Where’s the Revolution” sembra per esempio adombrare una decisa presa di coscienza sociale, abbastanza insolita per i nostri e liriche di questo tenore sono presenti in varie altre tracce. Una delle novità ‘tecniche’ riguarda la produzione di James Ford, che collabora per la prima volta con loro dopo aver affiancato nomi come Florence & The Machine e Arctic Monkeys: nulla da dire sui risultati a livello di suono, sicuramente più apprezzabili di quelli di Sounds of the Universe  e Delta Machine a cura di Ben Hillier. Ma vediamo un po’ in dettaglio: l’opener “Going Backwards” introduce al clima di riflessione impegnata di cui si diceva e l’arrangiamento quasi minimale, nel quale emergono piano e basso e l’andamento è scandito senza fretta, sembra voler concentrare l’attenzione su parole gravi e intrise di pessimismo, indirizzate ad un’umanità indifferente e menefreghista. Subito dopo c’è il singolo che ha ‘lanciato’ l’album, “Where’s The Revolution”: che dire? A me il pezzo piace e ci riconosco il sound dei DM che mi è più caro: l’impostazione elettronica, le sonorità ‘sintetiche’ che soltanto loro sanno creare, il mood dark e la voce di Gahan in forma perfetta; già le radio la trasmettono centinaia di volte al giorno e io l’ascolto senza trovarci pecche. Poi, “The Worst Crime” si presenta come la prima delle ‘pause’ lente e accorate di Spirit: ‘definita’ da note di chitarra tristi e dolcissime e da una trama elettronica indiscutibilmente oscura, ‘guidata’ da un canto insolitamente introspettivo, per quanto variegato nelle tonalità, sa rassicurarci ancora una volta sulla grandezza dei nostri. A questo punto l’avvio di “Scum” ci riporta a sonorità elettroniche ‘vintage’, rese più insolite, oltre che dalla ritmica pulsante, da un uso sapiente delle distorsioni: nulla di inedito ma neanche da demonizzare; lo stesso può dirsi per “You Move”, che si stacca dalle tematiche sociali per offrirci quasi quattro minuti di sensualità ammiccante, quella che Dave sa così bene ‘interpretare’. Ma che non sia questa l’ispirazione base di Spirit lo dimostra anche la seguente “Cover me” scritta da Gahan senza Gore ed eseguita con pathos intenso e malinconico: la seconda metà del brano, per altro, rappresenta uno dei momenti elettronici più complessi e va seguita ‘donandosi’ completamente ai suoni per assaporarli fino in fondo. Viceversa, il primo pezzo cantato da Gore, “Eternal”, dalla cadenza vagamente funerea, sembra avere ‘aspirazioni’ sperimentali che, a mio avviso, non sono ben realizzate e le sonorità elettroniche dense e dissonanti quasi procurano più malessere che curiosità; meglio “Poison Heart” – altro brano di Gahan – con il suo elegante, cadenzato incedere e i fantasiosi, policromi effetti. Poi, “So Much Love” attinge dal sound classico dei DM e infatti ricorda lo stile di Black Celebration mentre “Poorman” si attesta su linee elettroniche essenziali che si arricchiscono progressivamente fino all’epilogo. Spirit giunge a conclusione con la riuscita melodia di “No more (The last time)” e, subito dopo, il cupo pessimismo di “Fail” in cui Gore canta con il massimo del pathos dello ‘spirito’ – quello del titolo? – che l’umanità avrebbe perduto: che il loro nuovo ‘impegno’ non risulti gradito al pubblico abituale, questo probabilmente è un ‘rischio’ che i DM hanno messo in conto. Se poi qui non c’è scritto che l’ultimo album dei DM è orribile beh … non me ne vogliate.

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5 comments

  1. Francesco 5 aprile, 2017 at 18:45

    Personalmente credo che i Depeche Mode dimostrino ancora una volta la loro statura artistica. L’album è elegantemente cupo e riflessivo senza essere noioso, malinconico senza essere tetro. Un lavoro sicuramente ispirato e libero da logiche commerciali.

  2. lorenzo 6 aprile, 2017 at 12:46

    stavolta non sono x nulla d’accordo….
    la noia regna sovrana…..
    gli ultimi depeche che riconosco sono fermi a Violator e Alan Wilder,un’altra categoria

  3. Christian Dex 7 aprile, 2017 at 16:50

    Io apprezzo il fatto che i Depeche Mode continuino a fare dischi. Molti altri artisti storici ormai campano solo con i tour, in particolare con quelli commemorativi di un album di successo. Chapeau a chi prova ancora a “creare” qualcosa e non a limitarsi a riciclare successi di 30 anni fa!

  4. Mrs. Lovett 9 aprile, 2017 at 16:29

    Dici bene, Dex. Nel caso loro, ‘creare’ qualcosa significa in sostanza fare la musica che vogliono, quella che oggi ‘sentono’, senza sterili autocelebrazioni…

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