Der Himmel über Berlin, Trieste 24/03/2017

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Foto di Licht und Blindheit staff & Andrea Pregi

Per la seconda volta ed a distanza di un anno esatto, eccomi ad assistere al concerto di una di quelle entità che mi inducono a ripudiare qualsisia forma di auto-controllo, di rinunciare alla misura e, semplicemente, lasciar andare il flusso dei pensieri libero. Metterli poi in ordine è un altro esercizio, al quale però mi applico dopo aver lasciato che le emozioni si depositino.

Chiaro che dopo due recensioni, un resoconto come quello della data del 25 marzo dello scorso anno al Naima, sempre Trieste, e dopo aver avuto ospiti del mio programma Davide Simeon e Stefano Bradaschia, il rischio di ripetermi è da tenere in debita considerazione, ma non ho intenzione di farmi condizionare. Eppoi c’è un nuovo disco, Amnesia, appena pubblicato per i tipi di Unknown Pleasures Records, e quanto anticipatomi dai due ospiti in sede di intervista ha ulteriormente solleticato la mia curiosità (sì, sto già impostando le scalette, lo trasmetterò fino allo sfinimento).

Set ridotto per ragioni di orario, ma questo è un problema tipicamente nostro, i DHüB detengono ormai un repertorio tale che la serata potrebbe risolversi in una semplice formalità, un’ora di esibizione quando si è usi ad andare ben oltre. Ma la loro indole fa si che tale evenienza non venga nemmeno presa in considerazione, ed il set del Tetris si risolve con una serie di brani che comprimono la loro potenza espressiva fra le pareti, facendo rimbalzare quel suono incompromesso figlio di una epoca ben definita che però ha allungato le sue ombre fino ai giorni nostri, e che il gruppo sa rendere proprio forgiando uno stile riconoscibile e personale, identificabile certo nella sua matrice ma non derivativo; da questi quattro irriducibili ci si attende un determinato approccio, certi che questo sarà ciò che otterremo da loro.

A beneficio di chi non conoscesse i Der Himmel über Berlin, oltre che consigliare un pronto approfondimento, mi permetto di definire alcune coordinate essenziali, anche se il ricorso alle etichette di genere mi imbarazza non poco. Post-punk essenziale, poggiante su un suono aspro, dal forte impatto, non per nulla la dimensione live è loro assai congeniale, ma irrobustito da una sostanza espressiva densa, frutto della commistione di quattro personalità ben definite, tanto che è evidente che nessuna di esse prevarica sulle altre e che proprio l’eccezionale amalgama consolidata da ore ed ore trascorse assieme nel corso dei frequenti raid europei contribuisce a fare del complesso uno dei più letali in attività, e non mi limito all’asfittico panorama italiano (ove per altro operano gruppi eccellenti, come ben sapete). Un quadrilatero perfetto che esprime una potenza devastante, fondata sulla interazione chirurgica fra un chitarrista che a tratti pare appartarsi in un luogo ideale che solo lui conosce, ma che invece è ben presente ed inarrestabile (ricorre a delle soluzioni che ricordano nell’approccio lo stile peculiare di John McGeogh, senza per questo forzare un paragone certamente ingombrante), una sezione ritmica che è solida comesi confà al post-punk, ma che guadagna in spessore grazia ad un batterista che, permettetemi, per questo tipo di sonorità rappresenta davvero un capriccio, essendo le sue doti tecniche notevoli, che trova nel basso di Stefano Bradaschia il partner ideale, lui sì che è il classico titolare di un ruolo che per troppi anni è stato colpevolmente sottovalutato; il vertice più avanzato del rombo è ricoperto poi da un cantante che onora appieno il significato del verbo in anglo-sassone, in quanto è capace di tenere in pugno la platea ricorrendo ad una gestualità fluida e spontanea. Un front-man naturale, appunto. E con canzoni come, una a caso, “Black dress”, che da sole mandano al macero schiere di pallidi epigoni, nessuna meta è loro preclusa.

Foto di Licht und Blindheit staff & Andrea Pregi

Molti fra i convenuti (tanti per la media di tali iniziative) erano presenti solo per loro, ulteriore merito. La scaletta ve la riporto di seguito, non ha davvero senso citare questo o quel brano, cover comprese; chiusura con una veemente versione di “I will follow” che probabilmente non era prevista, ma che una volta introdotta da Simeon non poteva certo venir emendata. Una versione da garage-band che ha degnamente posto fine all’esibizione e che se Steve Lillywhite avesse la ventura di ascoltare un giorno, lui che quel sound lo ha forgiato, certamente approverebbe. Perché si deve anche essere iconoclasti, quando le circostanze lo richiedono. E perché è vero che i DHuB, mi ripeto, eseguono un certo repertorio, ma lo fanno con spirito indagatore e pure innovatore, nei limiti d’un canovaccio comunque definito, anche esibendo un certo auto-compiacimento (se ascoltate attentamente i loro dischi, vi troverete in alcuni frangenti dei residui depositati anni fa da insiemi come The Armoury Show, che ampliarono a nuove possibili forme espressive la new-wave di stampo chitarristico) che però va loro concesso, in virtù di una carriera inattaccabile in quanto a coerenza e sacrificio (attraversare l’Europa per suonare ne comporta tanti).

E’ l’epica del r’n’r. In qualsisia sua forma. E’ per questo che è nato, si è evoluto, ha smarrito il senso profondo del suo essere eppoi lo ha ritrovato, purificato dall’imporsi sovente violento di nuove ortodossie. La nota suonata come se fosse l’ultima, prima che tutto si occulti, tutto imploda, sia per chi la esegue ma pure per chi l’ascolta; quel tutto e subito che pochi sanno esprimere, sovente proprio coloro che più distanti sono dal concetto esausto di mainstream. L’ultimo tiro alla sigaretta, con la brace che si spegne sulla pelle delle dita. I Der Himmel über Berlin appartengono a quella categoria di band che fanno di questa enunciazione la loro dottrina, il cui unico dogma è identificabile nella spontaneità, nell’urgenza di esprimere ciò che si sente dentro. Tutto e subito, adesso. Il resto è vanità? No, ci vuole anche quella, e tanta. Perché, appunto, questa è l’epica del r’n’r.

Der Himmel über Berlin (https://www.facebook.com/derhimmelband/)
Davide Simeon: chitarra
Stefano Bradaschia: basso
Teeno Vesper: voce
Riccardo Zamolo: batteria

Hanno suonato al Tetris, Trieste, città magnifica, sopra tutto la notte, quando l’attraversate ripensando a ciò al quale avete appena assistito. Ma bella anche di giorno.

Buona l’affluenza di pubblico: erano lì per loro, e mica è scontato

Organizzazione (meritoria) di Licht und Blindheit (grazie per le splendide fotografie)

DJ set: Wandervogel, Cosmo Cocktail, Roby Dark

Scaletta:
The chosen ones
Sweet dancing butterfly
Donau Ruf
Something in the dark
Black dress
Dead souls (voi sapete di chi è)
Amnesia
Kafka Motel
Poison on your tongue
Alone in my room
Stigmata martyr (anche questa sapete di chi è)
My rubber queen (no frustino, stavolta)
Cold fever

Allumette Lucifer
I will follow (con Bono che dopo questa può prenotare la pensione)

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