Echoing Drifters: The Lunar Detachment

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E’ uscito da poco il debut album degli Echoing Drifters, dei quali avevamo a suo tempo segnalato l’EP Tense Music. Renaud Debast e Ludovic Desclin, con Thierry Nisolle al basso e Paul Fiction alla tastiera, si attengono alla linea scelta fin dal principio, sfornando dieci brani – due dei quali già presenti nel suddetto EP – di postpunk teso ed energico, con sonorità talvolta davvero ‘robuste’ per il ruolo sostanziale della chitarra e di un basso che si impone. Le atmosfere oscillano fra una dura rabbia ‘metropolitana’ e momenti di desolato romanticismo dark, con palesi riferimenti agli anni ’80 abbinati a nuances più moderne: quasi sempre il sound del gruppo appare intrigante e The Lunar Detachment riserva un bel po’ soddisfazioni. Esordisce con piglio cupo e deciso il primo pezzo, “Little Nettle”, impostando lo scenario con poche note lineari di chitarra e una ritmica pesante e ‘fragorosa’. Poi, irrompe il nero impeto ‘rock’ di “The Light Song” che, appunto, si conosceva dall’EP, in cui il basso martella senza posa, la chitarra ‘affetta’ e anche il vocalist Debast ‘libera’ aspre tonalità. La seguente “Celia Blind” inizia invece con una pacata chitarra ma poco dopo la stessa chitarra acquisisce ‘accenti’ ben più ‘sofferti’, aprendo, con l’aiuto del basso, paesaggi assai oscuri; cambia musica, rallentando e ‘incupendo’ ulteriormente la bellissima “Luna Lava Caves”, in cui gli scuri, essenziali suoni sono accostati all’efficace, intenso canto che, a mio avviso, ricorda un po’ certi toni coinvolgenti di Bertrand Cantat; il mood permane anche in “Cute”, che qua e là ostenta tinte vagamente drammatiche, con passaggi solenni quasi lugubri. Per fortuna a diradare leggermente le tenebre arriva “Forclusion”, sempre pervasa da un’infinita malinconia e molto più vicina ad un classico stile wave, ma assai meno opprimente. La successiva “Orchids” ristabilisce il clima scurissimo con pochi semplici tratti – e il basso gradevolmente in primo piano! – ma quando la chitarra prende il sopravvento l’impeto è davvero notevole e le emozioni non mancano. Non che i nostri non riescano a tirare fuori occasionalmente suoni più delicati per quanto sempre ‘scanditi’ con decisione: è il caso di “The Ghost Ship Song”, una ‘compunta’ ballata cui il canto dai toni profondi conferisce molta suggestione e dove la chitarra acquista sfumature oniriche. La stessa ispirazione ‘anima’ anche la traccia finale, “Curtains”, in cui la chitarra morbida e accattivante è associata alla voce quasi ‘robotica’, creando un efficacissimo ‘contrasto’, con il quale si conclude un disco parecchio interessante.

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