“La vendetta di un uomo tranquillo” di Raúl Arévalo: tranquillità relativa?

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E’ confortante scoprire che il cinema del nostro continente ha sempre stile e idee in quantità tale da poter riuscire competitivo, per questo, rispetto a quello statunitense, sicuramente più ricco di mezzi. L’esordiente regista Raúl Arévalo, noto in precedenza come attore – ricordiamo la sua pregevole interpretazione nell’altrettanto pregevole La isla minima – con questo Tarde para la ira, in italiano La vendetta di un uomo tranquillo ha ottenuto in Spagna svariati riconoscimenti, accaparrandosi ben quattro premi Goya, gli ‘oscar’ spagnoli. La ricetta del film in verità è assai semplice: una trama lineare – che molti hanno trovato addirittura scontata – e un’approccio alle situazioni di stampo totalmente realista, rispecchiato chiaramente dalla regia, che consente di ‘vivere’ la vicenda con un’eccezionale ‘prossimità’, come di questi tempi accade abbastanza di rado. Ancor più che ne La isla minima  , tra l’altro, la sensibilità del regista appare saldamente legata alla cultura e tradizione spagnole, di cui la pellicola fornisce un ritratto vero e coinvolgente, restituendo al contatto diretto con la vita concreta – con zero espedienti o effetti speciali – valore e significato.
La vendetta di un uomo tranquillo è, nè più nè meno, una nerissima storia di vendetta fra uomini, che si snoda diretta fino ad un epilogo drammatico, ‘avvalendosi’ soltanto di un paio di efficaci colpi di scena come fulcri di tensione. Eppure, per quante vicende analoghe il cinema abbia prodotto nel corso del tempo, poche volte la forza delle passioni e degli istinti dell’uomo è riuscita ad impressionare così profondamente. Di certo incide il fatto che i personaggi appartengano alla quotidianità più ‘normale’, sotto la quale covano insospettati sentimenti di violenza che trovano unica giustificazione nella loro verità. La sceneggiatura, poi, è perfetta nel configurare una successione degli eventi che sviluppi con pochi elementi il massimo della suspense e della partecipazione, offrendo una ‘partenza’ di estrema ansia – il famoso pianosequenza di tre minuti che riassume con straordinaria velocità l’episodio alla base di tutto, con al centro il protagonista – e distribuendo poi con intelligenza i ‘centri’ chiarificatori del dramma, così da tenere l’interesse costantemente desto. Infatti, subito dopo una rapina, le cui conseguenze sconvolgono, per varie ragioni, l’esistenza di coloro che ne sono stati toccati, il regista colloca in primo piano una figura femminile, il cui marito, Curro, proprio per quella circostanza, ha dovuto scontare otto anni di carcere: Ana ha una vita umile in in quartiere popolare di Madrid, un lavoro nel bar del fratello per poter tirare avanti con un figlio piccolo e, in sé, una dose generosa di insoddisfazione e di rimpianti. Non bella nè tanto meno elegante, tuttavia caratterizzata da un fascino particolare, forse per la tristezza che emanano i suoi occhi, l’eroina attende con una certa inquietudine il ritorno a casa, a giorni, del compagno, divisa fra sollievo e smarrimento. Nel momento di confusione, appare quasi inevitabile che la donna ceda alla corte del misterioso José, un frequentatore del bar, che sembra interessarsi a lei. Ana non può sapere quale segreto egli nasconda e accoglie l’esperienza con intimo tormento ma anche con un senso di abbandono: nulla, fino a questo punto, fa lontanamente sospettare il piano di vendetta che l’uomo ha escogitato ai danni del gruppetto di rapinatori che gli ha inflitto una perdita gravissima e irrimediabile. Tutto diverrà chiaro gradualmente, dopo il suo incontro con Curro finalmente in libertà: quest’ultimo, infatti, si troverà in una situazione di dipendenza dall’altro che lo costringerà, suo malgrado, a collaborare al progetto.
Il valore di La vendetta di un uomo tranquillo non sta, come si diceva, nella trama ma nelle scelte stilistiche e di regia. Le riprese sono effettuate quasi tutto il tempo ad una distanza talmente ravvicinata da creare fra il pubblico e i protagonisti una sorta di contatto, con un’insolita formula ben più che ‘realista’; l’obiettivo ‘insegue’ gli attori svelando ogni minimo dettaglio dei loro volti e con lo stesso spietato accanimento evidenzia i più crudi particolari delle scene di violenza, non numerosissime ma sconvolgenti. Inoltre, i personaggi sono caratterizzati con cura, le relazioni fra loro sono importanti e contribuiscono a definire il senso della storia stessa, più che in qualunque altro thriller di fattura moderna: vi si riconosce l’impostazione che già Alberto Rodríguez aveva voluto per il suo La isla minima, cui verosimilmente si è ispirato Arévalo, che vi aveva interpretato uno dei ruoli principali; in comune con l’opera di Rodríguez anche l’attenzione all’aspetto ‘popolare’, con molti elementi tratti dalla vita di gente normale – un esempio fra tutti, la scena della prima comunione – tormentata da ogni genere di problemi, occasionalmente costretta a scelte scorrette per poter sopravvivere e, al contempo, succube di passioni incontrollabili che spingono a violenza e sopraffazione. La vendetta di un uomo tranquillo ci regala dunque un altro pregevole esemplare di quel cinema europeo che sa validamente offrire un’alternativa ai canoni dominanti delle megaproduzioni americane e quindi merita di essere apprezzato e incoraggiato.

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