Ulver: The Assassination Of Julius Caesar

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Che i norvegesi Ulver amino sorprendere è noto da tempo a coloro che li abbiano seguiti nel corso della loro carriera. Ma che di The Assassination Of Julius Caesar, dal momento della sua uscita, avrebbero parlato tutti non era esattamente prevedibile; eppure, il tema della presunta svolta pop degli eclettici Ulver è molto presente sul web. Premesso che, a opinione di chi scrive, The Assassination Of Julius Caesar è un disco speciale, che esplora con una classe straordinaria le possibilità del synthpop (diciamo la svolta pop….) all’interno di un concept album di impegno notevole, nel quale nulla è casuale, andiamo ad esaminare un’opera che parrebbe rappresentare la visione del mondo dal punto di vista ‘socio-storico’ della band, illustrata da una musica complessivamente semplice e accessibile, dalle tinte malinconiche ma accattivanti, con passaggi talvolta enigmatici ma non opprimenti: in sostanza qualcosa che gli Ulver non ci avevano ancora fatto sentire. La produzione a cura di due personaggi di un certo livello come Martin “Youth” Glover – già con i Killing Joke e David Tibet, per fare due nomi a caso – e Michael Rendall sicuramente lascia il proprio segno ma senza dubbio i ‘geni’ sono loro. Si comincia con “Nemoralia”, uscita anche come singolo, il cui titolo fa riferimento al culto di Diana Nemorense, rituale risalente ad epoca romana e che aveva luogo principalmente presso il tempio di Diana più grande in Italia, sulle rive del Lago di Nemi; diversi gli episodi storici cui qui si allude, anche apparentemente senza alcuna attinenza fra loro: può riuscire curioso che il brano sia leggero e melodico, caratterizzato da una trama elettronica gradevole ed una ritmica gentile, con Kristoffer Rygg intento alla più ‘morbida’ delle sue interpretazioni, eppure è così e il risultato è, a mio avviso, delizioso. Segue la lunga “Rolling Stone”, talmente composita da farci ben comprendere quanto l’ispirazione che guida l’album non sia, per così dire, ‘ingenua’: l’inizio a ‘cadenza’ tribale, il coretto ‘funky’ dopo i primi tre minuti, la struttura sonora complessa, le dissonanze diffuse, il sax alla fine, tutto è armonizzato in un ‘guscio’ orecchiabile quanto sorprendente e il riff non va più via dalla testa. Poi troviamo una delle tracce più belle e poetiche, “So Falls The World”: il cupo piano, il  synth alla Depeche Mode, il canto evocativo e una chiusa singolare rappresentano una ricetta usuale ma resa con una finezza impeccabile. Stesso mood in “Southern Gothic” che tuttavia si cimenta in sonorità pop dal sapore vintage e la voce pare ancora diversa… ma come fa? “Angelus Novus” opta per un clima più romantico con il canto che ‘trabocca’ di pathos – qui si ricorda la battaglia di Dunkerque della Seconda Guerra Mondiale – e “Transverberation” omaggia di nuovo la new wave elettronica d’epoca; “1969” cita brani di Beatles e Rolling Stones di quel tempo ma l’atmosfera permane piuttosto tetra. Infine, la sperimentale “Coming Home” – sette minuti e passa di suoni che si intrecciano e moltiplicano, scoordinati eppure equilibrati, mentre Rygg sembra più che altro parlare a se stesso – conclude un disco bello e originale, che non si smetterebbe mai di ascoltare.

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1 comment

  1. francesco 21 aprile, 2017 at 00:42

    Concordo in toto: Un album bello, curato e raffinato. Forte l’influenza di una certa new wave d’annata ( istintivamente penso agli ABC ma anche ai Roxi Music) che in questo caso non limita l’album ad uno scontato revival ma anzi valorizza l’attualità e l’originalità di una proposta ” pop” solo apparentemente leggera!
    Bravi!

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