Wire: Silver/Lead

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Stavolta gli Wire hanno fatto davvero centro: il nuovo, quindicesimo lavoro, Silver/Lead, che viene pubblicato in questi giorni come CD, vinile e in una speciale edizione con CD e un libro contenente foto, testi e uno scritto di Graham Duff, è un piccolo gioiello che degnamente celebra il quarantennale di Pink Flag, il primo, glorioso album. Nel rimanere fedeli al loro stile così peculiare, gli Wire tuttavia non cedono all’autocitazione e tanto meno al narcisismo: tutti gli ultimi dischi, con costante chiarezza, hanno un significato e un obiettivo precisi, una collocazione all’interno della carriera del gruppo, che li rende per specifiche ragioni imprescindibili. Questo è anche il caso di Silver/Lead: dieci brani significativi, particolari, importanti a livello di testi, come del resto è sempre stato. Apre “Playing Harp For The Fishes” con esordio ‘futuribile’ all’insegna della distorsione e prosegue sulla stessa linea con una certa potenza e con un’insolita ricchezza di suoni, in sorprendente contrasto – ma è una delle tecniche più usate dalla band – con il pacato canto di Newman ed il finale più morbido: effetto vincente, come dubitarne? A seguire, uno dei pezzi più belli, “’Short Elevated Period”, un distillato di autentica wave britannica, dal ritmo vivace e una melodia strepitosa, che si può definire ‘pop’ per nobilitare il termine; non è da meno il motivo di “Diamonds In Cups”, con il ronzio ‘sintetico’ sempre presente ed il canto gentilmente ‘ammiccante’. Poi, dopo la più ‘rockettara’ “Forever & A Day” che propone però uno spiazzante ‘coretto’, ecco “An Alibi” optare per sonorità lineari e ripetitive per quanto incredibilmente accattivanti. Quindi, “Sonic Lens”, mesta e sobriamente cadenzata, introduce un’altra delle perle dell’album, “This Time” con la sua tensione sottesa che pare irrompere qua e là da qualche spiraglio della trama elettronica, mentre la voce invariabilmente flemmatica sembra ‘duettare’ con una chitarra consistente. Infine, la malinconia palpabile della chitarra in “Brio” cede il posto prima al pathos inquieto della bellissima, minimale “Sleep on the Wing”, le cui sonorità ‘oniriche’ appaiono curiosamente ‘concilianti’, e poi alla conclusiva title track che chiude con stile scarno, suoni semplici e puliti ed una ritmica appena accennata un altro disco di classe di una band di classe.

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