Der Himmel Uber Berlin: Amnesia

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Amnesia introduce delle sostanziali novità nel collaudato impianto sonoro dei Der Himmel Uber Berlin, delle quali dovremo tener debito conto allorquando, terminato il primo ascolto, trarremo le prime e pertanto parziali ponderazioni. Un chiaro e sostanziale indizio ci viene fornito dalla comparsa delle fatidiche keyboards, citate nella line-up ed assegnate a Teeno Vesper, già uso a questo strumento oggetto sovente di stolta demonizzazione. Ma presto ogni speculazione viene a cadere, l’opener “Back to the end” getta un ideale ponte fra la produzione precedente ed il presente costituito dai sette inediti contemplati nella track-list i quali, con le riprese di “My rubber queen”, “The choosen ones” e di una rinvigorita vieppiù “Sweet dancing butterfly” costituiscono la scaletta di Amnesia. La chitarra detta un tema melancolico ed intrigante, assistita da una metronomica sezione ritmica (il peso specifico della quale è aumentato considerevolmente); una trama articolata resa ancor più avvincente proprio dalle rifiniture delle tastiere, ben più di un mero accompagnamento agli enigmatici vocalizzi del cantante. Sull’insieme aleggia lo spirito dei Bauhaus a porre un autorevole suggello su un episodio destinato a lasciare il suo segno. Un (ormai) classico come “Sweet dancing butterfly” beneficia esponenzialmente della curatissima produzione che fa risaltare ogni singola sfumatura oltre alle precipue qualità dei singoli componenti il complesso, l’anima incompromessa del post-punk vive in una versione rivisitata mantenendo comunque un solido legame con la tradizione. “Eaten” è puro e rilucente american gothic, tra The Wake e The Prophetess, ovvero la rilettura dei canoni sisteriani operata da questi ed altri insiemi d’oltreoceano assecondando un’estetica per noi europei sovente ridondante, e che ora vanta una rinvigorita schiera di epigoni. Individuerei proprio in quanto prodotto recentemente da The Rope/Shadowhouse dei possibili riferimenti, con la sostanziale differenza, che fa pendere il giudizio nettamente a favore dei DHuB, che il tasso tecnico dei nostri connazionali è palesemente superiore, ed ecco allora che il paragone va ribaltato, come confermato dalla title-track, episodio semplicemente sontuoso, con una parte centrale che precedede l’epica ascesa all’empireo del goth! “White dream” è una traccia matura arricchita dagli inserti delle keys che irrobustiscono il suo aroma deciso che profuma di Ultravox ed è seguita dalla scattante “Dull day”, palestra ideale ove si esercita l’estro del bassista Stefano Bradaschia, alle prese con una intepretazione pertinente dell’asciutto tocco reso celebre da David J e di un ruolo fondamentale sul quale s’incardina un costrutto sempre più flessibile. L’irruenza che è uno dei tratti distintivi della filosofia compositiva dei DHuB viene in Amnesia indirizzata in favore di una maggiore amalgama alla quale contribuiscono non poco le tastiere, donando queste più sostanza a delle canzoni già dotate di una struttura ben delineata; ne è prova fra le altre “Cold fever” (traccia una linea di continuità con il repertortio dei Moth’s Tales) che chiude l’album, il brano più classico del lotto nella sua veste squisitamente ottantiana che nei suoi sette minuti scarsi di durata ci permette di apprezzare vieppiù i talenti del complesso (l’estro di Davide Simeon è sempre più tracimante, per lui suonare dev’essere davvero catartico, di Riccardo Zimolo mi sento inadeguato nell’esprimere un parere, essendo egli musicista di livello superiore). Non una nota più del dovuto, un’opera di elegante sartoria sonora che nel suo dosaggio perfetto di diverse personalità fa montare l’onda della nostalgia, che ti investe eppoi ti lascia inerme steso sul bagnasciuga del ricordo. Sfuma lentamente con quel battito che va a morire, e che inevitabilmente si ricollega all’attacco di “Back to the end”. Perchè si ritorna daccàpo.

L’unico difetto che si può imputare ad Amnesia è la sua breve durata, brucia troppo in fretta ma ci concede il beneficio d’una certezza: dai DHuB possiamo lecitamente attendere ulteriori prove d’un progetto che va consolidandosi, disco dopo disco, concerto dopo concerto. M’ero preparato al suo ascolto, e confesso una certa esitazione provata prima di schiacciare il tasto play. Poi la memoria mi ha restituito l’immagine netta dei loro sguardi, dai quali traspare una determinazione lucida, ostinata; i DHuB possiedono ancora intatta quella fame che ti fa andare oltre, sondare i limiti e superarli di slancio.

Se state leggendo queste righe, se siete assidui frequentatori delle nostre versacriane pagine, dovete fare vostro Amnesia. Perchè rappresenta l’evoluzione del gothic-rock pur nel rispetto dei suoi precetti, offrendo una gamma più ampia di soluzioni ove appare palese una maturazione (come compositori e come esecutori) già avviata e che viene ora portata ad un ulteriore stadio di perfezionamento. I Der Himmel uber Berlin non si sono appiattiti in una sorta di zona di conforto limitandosi a pubblicare l’ennesima raccolta di brani dall’impianto collaudato. Senza stravolgere la loro indole, che è forgiata nella ferrea forza di volontà che li contraddistingue, hanno saputo prendere qualche azzardo e rigenerarsi. Il futuro di questo genere passa obbligatoriamente anche da loro, gli esterofili se ne facciano una ragione e voi, cari lettori, non fatevi mancare Amnesia. Glielo dobbiamo, a questi quattro pronti a salire su d’un van e percorrere mezza Europa per suonare, consolidando una base importante rimanendo umili, coesi e fedeli a loro stessi. Superfluo aggiungere altro.

Per informazioni: http://www.facebook.com/derhimmelband
Web: http://www.unknown-pleasures-records.com
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1 comment

  1. Francesco 9 maggio, 2017 at 10:08

    Dire che Amnesia mi è piaciuto sarebbe riduttivo…mi ha ELETTRIZZATO, TRASCINATO! Ho risentito quel vigore, quell’esaltazione che solo band della caratura dei Bauhaus sapevano trasmettere e lasciatevelo dire da chi questi ultimi li ha potuto vedere dal vivo nel loro periodo d’oro. Ed anche se fortissimo è il richiamo alla tradizione della cosiddetta Dark music i DHUB riescono alla grande in una personale e potente riproposizione di questi canoni stilistici. Sono quindi pienamente d’accordo: UN ALBUM DA NON PERDERE ASSOLUTAMENTE.

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