Ofeliadorme: Secret Fires

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Non è ancora capitato di parlare, su Ver Sacrum, degli Ofeliadorme, nonostante la band bolognese sia in attività dal 2007 e, in tutti questi anni, si sia procurata un seguito notevole e tanti elogi dalla critica. E’ il caso di rimediare con la loro uscita più recente, Secret Fires, un disco che vale la pena non solo di ascoltare ma, soprattutto, di riascoltare diverse volte per penetrarne la sottile ‘allure’ fatta di malinconia e un po’ di mistero. Che il nome che si sono dati derivi dalla famosa poesia di Rimbaud Ophélie (‘Sur l’onde calme et noire où dorment les étoiles/La blanche Ophélia flotte comme un grand lys’) forse dà un’idea della collocazione che Francesca Bono, Tato Izzia e Michele Postpischl – gli attuali componenti della band – vogliono darsi: un’arte dettata principalmente dalla loro ispirazione e non dai ‘generi’, intimismo a volontà, ma riservato, se non addirittura pudico, un’eleganza che nasce dall’amore per la bellezza e, appunto, per la poesia. L’impostazione elettronica della musica, che molti hanno, a ragione, paragonato allo stile degli americani Blonde Redhead, diventa dunque il veicolo di una creatività che non abbaglia ma conquista progressivamente, disegnando, una dopo l’altra atmosfere ‘aeree’, spesso con le caratteristiche dei sogni, mai sdolcinate e tanto, tanto seducenti. Prendiamo l’opener “Alone With The Stars”, uscita anche come singolo: l’esordio teso apre uno degli scenari più malinconici dell’album, in cui la voce sensuale per ‘natura’ di Francesca Bono sembra fluttuare su una tessitura ‘sintetica’ corposa ma soffice. Poi, “Body Prayer” è ravvivata da una ritmica più vivace e da una chitarra ‘pastosa’ sebbene usata con discrezione mentre il canto è padrone assoluto di una deliziosa melodia; quindi, dopo la quasi ‘sussurrata’ “Black/Black/Black”, troviamo la delicata, irresistibile “My Soldiers”, un omaggio bellissimo al pop elettronico di classe. A questo punto, la seguente “Birch” si distingue per i suoni più decisi che prevalgono su una voce volutamente tenue e contornata di echi, mentre “Visions”, forse l’episodio più originale, pare il frutto di elementi distinti – tastiera, chitarra, sezione ritmica… – ricomposti in un’oscura quanto armonica unità. Infine, il languore vagamente debilitante di “Feels” ed il pathos intriso di spiritualità di “Hairbrushings” concludono degnamente un disco che mi fa davvero piacere segnalare.

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